2014_12_19 Concerto a Milano alla Chiesa del Corpus Domini

Venerdì 19 dicembre 2014, ore 21.00
Chiesa del Corpus Domini via Mario Pagano 8, Milano
CONCERTO 
Wolfgang Amadé Mozart:
Missa Solemnis KV337
Concerto per clarinetto KV622
Coro e orchestra Carisch
Sergio Delmastro - direttore
Francesca Gelfi - clarinetto
L'Orchestra Carisch è ancora una volta lieta di collaborare con Sergio Delmastro, oggi alla direzione di un concerto interamente dedicato al repertorio mozartiano: la Missa Solemnis KV337 per voci soliste, coro e orchestra e successivamente il celeberrimo concerto per clarinetto KV622, l'ultimo concerto scritto da Mozart poco prima di morire, con Francesca Gelfi solista al clarinetto. A seguire verranno eseguiti dei canti della tradizione natalizia arrangiati da Andrea Bandel appositamente per questo organico.
Nata dalla rinnovata attenzione di Carisch nei confronti del repertorio classico, l’Orchestra Carisch si propone di promuovere e valorizzare la pratica della musica amatoriale, attività ancora poco diffusa nel nostro Paese, ma capillarmente estesa nel nord d’Europa.
Il progetto è dedicato a tutti quei musicisti che, pur avendo percorso una strada professionale diversa da quella musicale, continuano a coltivare la loro naturale passione artistica. La città di Milano offre scarsi spazi per attività amatoriali di buon livello: ecco che Carisch cerca di colmare questo vuoto culturale.
Ci piace citare le parole di Stefano Bollani: “sono pochissime in Italia le persone che hanno occasione di suonare indipendentemente dal professionismo, e questo va a deperimento della fruizione stessa della musica: sarebbe bello che ci fossero in ogni città cori e orchestre amatoriali in cui medici, avvocati e perché no, anche operai si trovano la sera per suonare Schubert o il jazz”.
Fare musica: questo è il principale obiettivo dell’Orchestra. A tal fine sono previste prove una volta alla settimana indipendentemente dall’attività concertistica. 
Gli autori di Carisch Classica offrono un supporto didattico e tengono stage e seminari rivolti ai musicisti dell’organico, mettendo a disposizione la loro esperienza e professionalità.
Attività di fondamentale importanza per l’orchestra e veicolo di primario interesse per la diffusione della cultura musicale è quella concertistica e divulgativa del repertorio sinfonico, testimonianza dell’attenzione di Carisch nei confronti del vastissimo pubblico della musica, soprattutto giovanile.
L'attività dell'Orchestra Carisch è sostenuta dalla Fondazione Antonio Carlo Monzino (www.fondazioneacmonzino.org)
Per informazioni:

2014_12_12 Teatro Coccia prima assoluta di IL CANTO DELL’AMORE TRIONFANTE

Teatro Coccia, Novara – Stagione 2014/2015
Teatro Coccia - Novara
IL CANTO DELL'AMORE TRIONFANTE
di PAOLO COLETTA
debutta venerdì 12 dicembre 2014, ore 20.30
L’opera in due atti vede la direzione d’orchestra di Nathalie Marin e un giovane cast composto da 
Blerta Zhegu, soprano
Vladimir Reutov, tenore

Alberto Zanetti, baritono.
Con quest’opera il teatro prosegue nel suo percorso di apertura verso i compositori e le opere contemporanei. Il Coccia accoglie una prima esecuzione assoluta, come avvenne nel 2013 con La gatta bianca di Sandra Conte (inserita nel programma di MITO – SettembreMusica), e la produce, investendo così, di fatto, nel futuro dell’opera lirica italiana.
ENSEMBLE MUSICALE DELL'ACCADEMIA LANGHI di NOVARA
Davide Agamennone, violino primo
Andrea Ricciardi, violino secondo
Carmen Munoz Hernandez, viola
Isabella Maria Veggiotti, violoncello
Marco Corleo, contrabbasso
Giovanni Crola, flauto
Stefano Calcaterra, oboe
Gabriele Lupo, clarinetto
Tommaso Ruspa, corno
Luca Barchi, fagotto
Francesco Macrì, Tommaso Albeltaro, Erika Carnovale percussioni
Laura Colombo, arpa

Aberto Veggiotti, pianoforte e maestro collaboratore


LA STORIA
Anno 1542. Una bella e giovane donna, Valeria, è amata da due amici, Fabio e Muzio. Dal primo d'un amore puro e luminoso, dal secondo d'un amore torbido e sensuale.
Valeria sposa Fabio e i due sposi vivono felici. Muzio intraprende un viaggio che lo porterà in Asia. Lì impara a praticare le arti magiche, grazie alle quali, al suo ritorno, riuscirà a piegare Valeria al suo desiderio.
Nella giovane donna riemerge la contraddizione interiore tra anima e corpo, spirito e materia. Pur amando il marito, in preda a un intimo tormento e a dubbi angosciosi si piega a Muzio e ha con lui un convegno amoroso. Nel culmine dell'amplesso, la ragazza sente per la prima volta dalla voce di Muzio «il canto dell'amore trionfante», ammaliante e incantevole melodia che la spinge a darsi interamente a lui.
Dopo quest'esperienza Valeria è profondamente turbata; tornata a posare come modella del quadro che il marito sta dipingendo ritraendola nelle vesti di Santa Cecilia, non può più raffigurare le sembianze della vergine, icona della purezza di spirito. Solo la morte di Muzio, ucciso dal pugnale di Fabio, sembra ristabilire l'equilibrio e ridare a Valeria-Cecilia il suo candore e insieme quell'espressione, il cui smarrimento aveva tanto turbato il marito pittore.

Ma è un ritorno illusorio, perché un giorno Valeria, seduta davanti all'organo per posare, sente all'improvviso il bisogno di trarre dai tasti le note di quel «canto dell'amore trionfante» che aveva appreso nel momento di abbandono da Muzio, e nello stesso tempo dentro di sé il palpito di una nuova vita.
NOTE DI REGIA
Il segno sonoro della contemporaneità, oggi è ancora retaggio di alcuni movimenti del secolo scorso, quando la scrittura poteva rappresentare un atto di eversione, l'espressione extra-musicale di un'idea, di un'ideologia. Ora che questa funzione è dissolta si assiste inspiegabilmente al sopravvivere di certe pratiche di destrutturazione di strutture che di per sé già non esistono più. Si continua a destrutturare cioè qualcosa che è già destrutturato.
Pare esserci un nodo difficile da sciogliere, rappresentato dal rapporto di soggezione e subordina-zione che lega noi autori di oggi ai nostri predecessori e — più precisamente — ai nostri maestri. La crisi di articolazione tra vecchi e nuovi linguaggi, che era la chiave di volta per far nascere veri e propri nuovi sistemi simbolici spesso inaspettati, ha precipitato la creatività dell'avanguardia musicale del nostro Paese (ma forse anche altrove) in una sorta di acquiescenza parecchio conformista che spinge i compositori ad aderire a una specie di alfabeto sonoro che del crisma della sperimentazione ormai conserva spesso solo l'intenzione.
Ma è vero che quello su ciò che è o non è contemporaneo, è un discorso che può facilmente sci-volare sul piano di ciò che è rivoluzione o reazione, apocalittico o integrato, vecchio o nuovo, giusto o sbagliato. Troppo spesso la storia ci ha offerto lo spettacolo della sfida tra punti di vista tanto lontani, eppure in realtà così vicini, rivelandone poi la natura di pretesto tutt'altro che arti-stico. Abbiamo probabilmente qualche strumento in più per evitare il rischio di consentire alla musica di proiettare ombre troppo lunghe sul terreno della filosofia e del pensiero dell'uomo con-temporaneo. Mi limiterei quindi a manifestare e condividere qualche ragionevole dubbio sul dover o non dover aderire necessariamente agli ultimi ritrovati della creatività compositiva della musica cosiddetta contemporanea — e nella fattispecie del teatro musicale che nasce oggi —, e a ridimensionare quella che sembrerebbe la premessa a chissà quale dissertazione sullo stato dell'Arte a una semplice premessa e basta.
Certo è che, in un periodo in cui è evidente una spiccata predilezione e un significativo interesse per il suono in senso grezzo, quasi materico, esplorato in primo luogo nella sua connotazione timbrica, e la concezione tematica della musica suona come retorica, enfatica e superata, mi è sembrata una sfida interessante ripristinare alcuni legami con la tradizione musicale italiana e non so-lo in senso non accademico (il che non significa anti – accademico). Ho colto così l’occasione offerta dalla Fondazione Teatro Coccia di operare con una certa libertà alcuni sconfinamenti.
Come mettere insieme per esempio un cantabile di matrice dodecafonica con veri e propri prelievi dal teatro musicale ottocentesco e del primo novecento: vale a dire arie e, in genere, numeri chiusi, che piombano nella partitura come monoliti nel deserto sconfinato dell'assenza di tonalità.
D'altronde, la scelta di trasporre in opera “Il canto dell’amore trionfante” di Ivan S. Turgenev è derivata in primo luogo dalla dislocazione temporale e spaziale del racconto, ambientato nella Ferrara del 1542, nonostante l’autore fosse russo e vivesse e operasse nell’Ottocento. Questa obliquità è il criterio principale che ha favorito la traduzione del racconto in opera.
Ho così diversificato i linguaggi compositivi, a partire dal patrimonio melodico e vocale del pe-riodo rinascimentale. Pur assente ogni intento di ricostruire l'atmosfera delle corti cinquecentesche in Italia, cercando di non tradire una prospettiva storico-musicale rigorosa, la partitura si propone di interpretare nell'oggi la complessità delle influenze musicali, emblematica proprio di quel periodo.
Come già nei romanzi, così nei racconti di Turgenev i veri eroi sono le figure femminili; sono quelle che più rappresentano l'animo dello scrittore, le sue illusioni e la sua fede.
In questo, dedicato alla memoria di Gustav Flaubert, come in altri racconti ritroviamo il tema del-lo sdoppiamento che si produce sotto l'influenza del dubbio, dello scetticismo, e il dilaniarsi della persona tra amore e passione, tra fedeltà e istinto, tra cultura e natura.
In un clima fantastico e onirico, “Il Canto dell'amore trionfante” presenta anch'esso un elemento costante di buona parte della produzione novellistica turgeneviana: il motivo soprannaturale o al-meno magico che sta alla base della svolta tragica della vicenda dei tre ragazzi.
È proprio la natura fantastica del racconto dello scrittore russo ad avermi sollecitato a spingere sia la scrittura della partitura che quella del libretto, oltreché della messa in scena, su un piano decisamente fantastico. Quasi una preveggenza dei meravigliosi e inquietanti scenari che di lì a qual-che anno sarebbero stati partoriti dal genio di un altro grande romanziere russo: Isaac Asimov. Non sono poche al mondo le edizioni del Canto inserite nei cataloghi della letteratura fantastica, se non addirittura fantascientifica.
Procedendo così per rapide associazioni di idee e forzando questa affascinante ascendenza onirico – metafisica, proprio la musica mi ha consentito di mettere insieme una serie di mondi apparentemente distanti, ma che — grazie al cinema (e quindi alla musica per film) — diventano decisa-mente conciliabili attraverso l’utilizzo del “genere”, così come declinato da due grandi maestri del racconto di genere d'ogni tempo: Hitchcock e Kubrick.
E se ho parlato poco fa di monoliti, cercando di trovare un'immagine per definire qui la natura delle arie, come non prendere a prestito il grande monolito nero comparso nella prima parte di 2001: Odissea nello spazio? E così proseguendo: come non chiedere ancora aiuto al linguaggio filmico di Kubrick quando riprende il tema del doppio sogno schnitzleriano in Eyes Wide Shut per esplorare l'ambivalenza sessuale di un matrimonio felice, cercando di “equiparare l'importanza dei sogni e degli ipotetici rapporti sessuali con la realtà”? È esattamente ciò che accade a Valeria e Fabio, attraverso il loro amico/fratello/amante Muzio.
Di genere in genere, a rapidi balzi, pensare a Hitchcock diventa inevitabile, quando la storia assume le tinte scure del noir e della tragedia, pur non perdendo la proverbiale levità del regista inglese nel raccontare.
Anche in questo caso, la musica di Herrmann, il suo inconfondibile suono, un certo uso convulso degli archi, sono capaci di riassumere in sé un'intera poetica del thriller e del racconto di suspence. Il più piccolo prelievo di tale materia è capace di germinare senso in qualsiasi altro contesto anche lontanissimo.
Detto questo, poiché il cuore pulsante di un'opera di teatro musicale è la voce, non mi resta che ringraziare Blerta, Alberto e Vladimir per aver condiviso e tradotto in realtà quest'idea. 
Quest'opera non sarebbe mai esistita senza l'intuizione e il coraggio di Renata Rapetti; il suo allestimento non sarebbe mai avvenuto senza l'ineguagliabile fiuto di Renato Bonajuto, grazie al qua-le ho avuto la possibilità di conoscere Nathalie Marin, quint'essenza di tutto ciò che un compositore può desiderare dal suo direttore. Dedico “Il canto dell'amore trionfante”, come minacciato da mesi, a PierLuigi Russo.

Paolo Coletta

2014_12_19 ARTEVIVA CONCERTO DI NATALE ALLE GRAZIE

CONCERTO DI NATALE ALLE GRAZIE
con visite guidate al Cenacolo Vinciano

Milano - Basilica di Santa Maria delle Grazie
Venerdì 19 dicembre 2014 - ore 21.15
John RutterMAGNIFICATper soprano solo, coro e orchestra
Autori variSUITE DI NATALEcanti tradizionali di Natale
per soprano solo, coro e orchestra
CORO POLIFONICO THEOPHILUS
ORCHESTRA DA CAMERA ARTEVIVA
direttoreMatteo Baxiu
Informazioni e prevendita online:
www.associazionearteviva.euTelefono: 02.36756460 (da lunedì a venerdì ore 14-17)

Biglietto concerto:
da 18 a 25 euro, 50 euro con visita al Cenacolo

2014_12_11 Giulia Lazzarini parla di MURI il suo ultimo lavoro in scena oggi a Vigevano

Giovedì 11 dicembre  2014   ore 18 
Ridotto del Teatro Cagnoni - Vigevano
ASSOCIAZIONE  AMICI  DEL TEATRO  CAGNONI
INCONTRO CON  L’ ATTRICE
GIULIA LAZZARINI 
Presentata dal dott. Fiorenzo Grassi e Renato Sarti
Ingresso libero fino ad esaurimento posti
segue aperitivo 
in preparazione della serata
Teatro Cagnoni di Vigevano
Stagione 2014/2015
Giovedì 11 dicembre 2014_12_11 ore 21:00
MURI
ALTRI PERCORSI. Muri - prima e dopo Basaglia - è un testo scritto sulla base di alcune testimonianze di infermiere, soprattutto quella di Mariuccia Giacomini.La protagonista del testo riflette sulla sua esperienza trentennale di infermiera e lo fa con una nostalgia particolare, ma soprattutto con la lucidità di chi si rende conto che la spinta straordinaria (di mutamento) di quegli anni si è affievolita e che rischia di finire inghiottita dall’indifferenza generale. La legge Basaglia è uno dei punti più alti della storia della nostra democrazia. Dobbiamo conoscerla, difenderla, perché bisogna sempre riaffermare con forza che le lancette della storia non si possono – non si devono – riportare indietro.
Teatro della Cooperativa
in Coproduzione con Mittelfest
con il sostegno di Regione Lombardia – progetto Next
con il sostegno della Provincia di Trieste
Presenta
MURI – prima e dopo Basaglia
testo e regia Renato Sarti
con Giulia Lazzarini 
musiche Carlo Boccadoro  
scene Carlo Sala  
luci Claudio De Pace   
Finalista Premio Riccione per il Teatro 2009 - Premio Anima 201

2014_12_16 Amici del Teatro presentano il Barbiere di Siviglia

Martedi’ 16 dicembre 2014  – ore 21.00 
RIDOTTO TEATRO CAGNONI
Amici del Teatro Cagnoni
Appuntamenti mese di DICEMBRE 2014
“c’era un barbiere di qualità ... Figaro quà, Figaro la..”
Ingresso libero sino ad esaurimento dei posti disponibili
Introduzione alla serata degli Auguri della
FONDAZIONE DI PIACENZA E VIGEVANO
in programma domenica 21 dicembre 2014 ore 21:00
Relatore
Giampaolo Zeccara
Mario Mainino
La serata introdurrà alle visione de
ll'opera IL BARBIERE DI SIVIGLIA di Gioachino Rossini ed al genere dell'opera buffa.
Durante l’incontro sarà possibile iscriversi all’Associazione e, per chi non avesse
ancora provveduto, rinnovare la quota associativa.

2014_12_16 PAVIABAROCCA concerto alla Chiesa di Santa Maria del Carmine

Martedì 16 dicembre 2014_12_16, ore 21.00
Chiesa di Santa Maria del Carmine - Pavia
PAVIA BAROCCA 2014
RASSEGNA INTERNAZIONALE DI MUSICA ANTICA DEL COLLEGIO GHISLIERI
CONCERTO SACRO SINFONICO
ANTONIO VIVALDI (1678-1741)
Magnificat RV 610 per soli, coro e orchestra
Concerto in re minore F XI n. 31 per archi e continuo
Dixit Dominus in re maggiore RV594 per soli, doppio coro e doppia orchestra
Karin Selva, Caterina Iora, Marta Redaelli soprani
Marta Fumagalli alto
Michele Concato tenore
Marco Bussi basso
Coro Universitario del Collegio Ghislieri
Ghislieri Choir&Consort
Giulio Prandi, direttore
Serata a favore del programma
“Giovani Artisti” di Ghislierimusica
Promossa da Rotary Club Siziano Inner Wheel Pavia
Con il sostegno di
Rotary Club Pavia Ticinum
Rotary Club Certosa
Rotary Club Voghera
Rotary Club Pavia
Biglietti di ingresso
da euro 6.00 a euro 18.00
www.vivaticket.it
www.ghislierimusica.org
Il penultimo appuntamento per Pavia Barocca 2014 ha in programma un concerto “straordinario”, che “mette insieme” Ghislieri Choir&Consort e il Coro Universitario del Collegio Ghislieri, nel segno di quell’attenzione ai giovani artisti,
che è propria dell’Istituzione pavese. In programma pagine celeberrime di Antonio Vivaldi, nella suggestiva cornice di Santa Maria del Carmine.

2014_12_19 Piazza Fontana che suoi che sia se salta una caldaia, cose che succedono

In seguito al rinvio di "Hedda Gabler" da dicembre ad aprile, nella programmazione di Teatro Libero si è aggiunto un altro spettacolo oltre a quelli di cui si è già data notizia in precedenza.
Vista la vicinanza con l'anniversario della strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969), venerdì 19 e sabato 20 dicembre la compagnia Fenice dei Rifiuti porterà in scena il suo spettacolo dedicato a quel tragico evento: "Se un pomeriggio d'autunno una caldaia... Lirica rock per PIAZZA FONTANA, dove, come ormai tutti sanno, NON E' SUCCESSO NIENTE".
Dal 19 al 20 dicembre 2014_12_19
Teatro Libero Via Savona, 10 – Milano
SE UN POMERIGGIO D'AUTUNNO UNA CALDAIA ...
Lirica rock per PIAZZA FONTANA, dove, come ormai tutti sanno, NON È SUCCESSO NIENTE
drammaturgia e regia di Alessandro Veronese 
con Laura Angelone, Liliana Benini, Luisa Bigiarini, Sonia Colombo, Francesca Gaiazzi, Flavia Gilberti, Michela Giudici, Susanna Miotto, Alice Pavan, Alessandro Veronese
produzione Fenice dei Rifiuti

Se una notte d’inverno un viaggiatore… è uno dei più bei libri scritti da Italo Calvino, la cui caratteristica principale è quella di proporre “inizi” di racconti senza arrivare ad una conclusione, abbandonandoli all’apice della vicenda narrativa e della curiosità del lettore.
Quando ho deciso di confrontarmi con Piazza Fontana, mi è subito venuto in mente. Ho pensato alle tre lapidi ancora presenti in Piazza Fontana, che già da sole raccontano storie differenti, mai veramente concluse, accomunate da una data e un luogo eppure così profondamente distanti tra di loro. Ho pensato a diciassette famiglie lacerate, a una caldaia che si trasforma in bomba, ho pensato a Pinelli, a Valpreda, a Calabresi, allo Stato, all’eversione nera e rossa, a trentacinque anni di processi – farsa che hanno infine tracciato identikit, nomi e cognomi dei macellai senza però riuscire a garantire (senza VOLERE garantire) una delle chiavi di lettura della civiltà e della maturità di un paese: la certezza della pena. E dopo trentacinque anni, quel pensiero terribile, perfettamente espresso da una prima pagina de «Il Manifesto»: NON È SUCCESSO NIENTE, e sullo sfondo un buco grande così, polvere e macerie.
E da quelle macerie, da quel buco e da quella polvere è nata l’Italia in cui vivo, ed è per questo che ho deciso di voltarmi indietro e andare a cercare le sue origini (le MIE origini) in questa vicenda apparentemente così lontana da me e dalla mia generazione. Voltarmi indietro per guardarmi intorno, cercando la scintilla che ha generato l’incendio. Il punto di svolta della Storia, quella con la S maiuscola. Perché c’è la Storia prima di Piazza Fontana e c’è la Storia dopo Piazza Fontana. Perché ho capito un giorno d’essermi svegliato in un paese figlio di quel pomeriggio di quarant’anni fa. In uno Stato complice (MANDANTE) degli stragisti e impotente (DAVVERO?) di fronte al terrore. Un paese che, comunque, non riesco a smettere di amare e che proprio per questo devo, posso, voglio capire.
C’è un sapore profondamente epico che si propaga dal buco alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Un’epica di dolore, di strazio, un canto che entra sotto la pelle e ti fa vibrare. Dunque musica sul palco, attori impegnati a giocare con gli stili e i generi (come Calvino nel suo libro), navigando tra narrazione, azione teatrale e interventi video. Per far sì che, almeno per una sera, anche se a distanza di quarant’anni, a Piazza Fontana SIA SUCCESSO QUALCOSA. (Alessandro Veronese)

PROMOZIONE
Acquistando contemporaneamente i biglietti per Se un pomeriggio d'autunno una caldaia... e per Sacrificio del fieno, prossimo spettacolo di Fenice dei Rifiuti in scena a Teatro Libero dal 7 al 12 gennaio 2015, si avrà diritto al prezzo speciale complessivo di € 20,00.

BIGLIETTERIA
PREZZI BIGLIETTI
Intero € 19,00
Ridotto under26 e over60 € 13,00
Allievi Teatri Possibili con TPCard € 6,00
Allievi altre scuole di teatro € 10,00
Prevendita € 1,50
ORARIO SPETTACOLI
Da lunedì a sabato ore 21.00
Domenica ore 16.00
ORARI BIGLIETTERIA
Da lunedì a venerdì dalle 15.00 alle 19.00
Nei giorni di spettacolo:
Da lunedì a venerdì fino alle 21.30
Sabato dalle 19.00 alle 21.30
Domenica dalle 14.00 alle 16.30
CONTATTI 02 8323126 biglietteria@teatrolibero.it
ACQUISTI ONLINE www.teatrolibero.it

2014_12_12 MANON LESCAUT ancora Puccini nella stagione del Mayr-Donizetti

Venerdì 12 dicembre 2014 ore 21,00
Teatro San Giovanni Bosco
Bergamo – via San Sisto, 9 (quartiere Colognola)
CIRCOLO MUSICALE MAYR-DONIZETTI
40ª STAGIONE OPERISTICA 
MANON LESCAUT
Dramma lirico in quattro atti. Musica di Giacomo Puccini.
personaggi e interpreti

Manon Lescaut GABRIËLLE MOUHLEN
Renato Des Grieux DIEGO CAVAZZIN
Lescaut, fratello di Manon CARLO MORINI
Geronte di Ravoir LUCA GALLO
Edmondo FRANCESCO PICCOLI
Un lampionaio MARCO TOMASONI
Un musico IRIS COMPOSTA
Un oste GIOVANNI GUERINI
Il maestro di ballo MARCO TOMASONI
Sergente degli Arceri GIOVANNI GUERINI
Comandante di Marina ANGELO FIOCCO
Un parrucchiere (mimo)
Coro Opera Ensamble
maestro del coro UBALDO COMPOSTA
Studio Danza Ieva
coreogra? e ANNA MARIA IEVA
al pianoforte SAMUELE PALA
direttore DAMIANO MARIA CARISSONI
scene e regia VALERIO LOPANE
Singolo ingresso 15 €
Dopo il fervido successo di Madama Butterfly, il Mayr - Donizetti si presenta al pubblico bergamasco con un nuova produzione pucciniana dedicata al 90° anniversario della morte dell'autore (Lucca, 1858 – Bruxelles, 1924). Il 12 dicembre alle 21, presso il Teatro San Giovanni Bosco di Bergamo, andrà infatti in scena Manon Lescaut (1893).
Opera generalmente considerata come primo lavoro "maturo" di Puccini (vi si trova già tutto lo splendido guizzo inventivo dell'autore), affronta il tema delle passioni giovanili e delle relative contraddizioni. Nel corso del dramma, che inizia e termina con la travagliata unione di Manon e Des Grieux, nonostante le disperate prove, nessuno dei due protagonisti riuscirà ad innescare un’autentica maturazione né di sé né dell'altro. Manon, volubile, si abbandona alle emozioni, incapace di vere aperture al sentimento; De Grieux, idealista, si slancia costantemente al sentimento, a scapito però della ragione. È possibile scaricare liberamente il libretto alla pagina http://www.librettidopera.it/zpdf/manonles.pdf

Note di regia di Valerio Lopane
Manon Lescaut è il terzo dramma lirico di Puccini ma si tratta in un certo senso della sua vera “prima opera”; infatti, proprio con questo melodramma il grande musicista riesce definitivamente a rivelare le sue reali potenzialità ed a trovare un suo linguaggio e originalità compositiva.
Questo aspetto è facilmente percettibile per il taglio particolare e personale dato alla vicenda di questa “donna perduta”. La Manon voluta da Puccini, e creata drammaturgicamente dai numerosi librettisti ingaggiati, è non solo molto diversa, ma quasi antitetica, rispetto alla precedente e più nota “altra” Manon, quella di Massenet. Dal suo ricchissimo epistolario si comprende subito il desiderio di voler cancellare tutto ciò che potrebbe risultare “francese”; cade infatti, in questa nuova trasposizione, il licenzioso clima Rococò e la sensuale galanterie, ma anche quella nebulizzazione sentimentale che nelle prassi precedenti caratterizzava i primi momenti della vita dei due giovani amanti. Sono cancellati anche il dualismo tra misticismo e sensualità, ascetismo e dannazione, ma anche l’ingombrante redenzione finale presenti nel romanzo di Prévost ed in Massenet.
La Manon di Puccini è dunque una figura nuova. Sola e ripiegata su se stessa, si muove con incedere incerto, stanco e privo di intima determinazione. La giovane ragazza, apparentemente guidata soltanto dai sensi, è sempre inappagata nella continua ricerca di “altro" ed incapace di rinunciare ad alcunché. È una donna la cui frivolezza galante produce perennemente instabilità e fughe reali, sventate, sperate. La condotta e la vita di Manon diviene, quindi, immagine della crisi degli ideali borghesi ottocenteschi che tanto sollecitò le coscienze umane alla fine del XIX secolo. Anche la sua sensualità, dapprima negata dal bisogno di verginità, si muta in insoddisfazione e desiderio nevrotico ma inconcludente di colmare un vuoto di sentimenti puri e profondi.
Troppo debole nell’opporsi al padre, troppo facilmente disposta a fuggire con Des Grieux, incapace di rivalsa nei confronti di un fratello più amorale di lei, scivola fino a divenire cortigiana in un lusso che appaga solo la superficialità. Nemmeno le figure che le fanno da corona riusciranno scalfire questa sua condizione di ennuie, che la porterà ad accettare passivamente l’esilio e il marchio d’infamia.
Con questo dramma lirico si chiude la grande stagione romantica per dare spazio alle velleità dell’ultima stagione del Decadentismo.
Secondo questa lettura la mia interpretazione registica si muoverà “per sottrazioni”. Il palcoscenico sarà progressivamente meno ricco di elementi, fino a giungere allo scabro e desertico scenario del finale. Per le scene dei due primi atti attingerò ad opere di due grandi pittori francesi del Settecento (François Boucher e Jean-Honoré Fragonard). Nel terzo e quarto atto inserirò invece elementi quasi coevi di pittura inglese (John Constable e Joseph Mallord William Turner), a segnare il progressivo cammino dalla frivolezza rococò allo schianto sentimentale del primo romanticismo d’oltremanica. Anche il gesto degli artisti si farà sempre meno galante e sempre più naturale fino a suggerire nel finale un realismo quasi verista. La mia regia intende dunque tracciare un cammino che da un luminoso e scintillante Settecento galante fatto di arcadiche campagne e di boudoir tappezzati di seta ci condurrà verso squallidi e cupi porti di mare e, infine, agli arroventati e desolati tramonti desertici del Nuovo Mondo.

Manon Lescaut è, come molte altre opere pucciniane, un’opera di alta qualità musicale. A differenza delle sue consorelle vanta però una meno solida presenza nel repertorio tradizionale e questa sua condizione ne rendere ogni allestimento un fatto assai complesso, se non altro per la necessità di contestualizzare a dovere un racconto meno noto. L’occasione, che viene offerta al pubblico del Mayr - Donizetti è quindi di raro interesse e occorre perciò ringraziare Valerio Lopane (scene e regia) e Damiano Maria Carissoni (direttore) per aver accettato con slancio questa insolita sfida.
In Manon Lescaut la qualità vocale gioca un ruolo fondamentale (basti pensare all’importanza di pagine immortali come Donna non vidi mai; In quelle trine morbide; Sola, perduta, abbandonata); il maestro ha quindi voluto, per i tre ruoli principali, tre voci di grande spessore e di qualità certa: il soprano Gabriëlle Mouhlen (Manon Lescaut), Diego Cavazzin (Renato Des Grieux), Carlo Morini, (Lescaut). Merita una menzione particolare il ritorno di Luca Gallo, che vestirà i panni di Geronte. Francesco Piccoli darà spessore al ruolo di Edmondo.
Con Manon Lescaut si saluta anche il ritorno del pregevole Coro Opera Ensemble, diretto ed istruito dal maestro Ubaldo Composta. Interverrà a caratterizzare le scene di danza lo Studio Danza Ieva di Torino con le coreografie di Anna Maria Ieva, cui va l’amichevole gratitudine del Circolo.
La mano esperta del maestro Carissoni dirigerà l’insieme che sarà completato  al pianoforte dall’abilissimo maestro collaboratore Samuele Pala.
Come di consueto, sarà possibile ricevere informazioni telefonando al numero
035 315854 tutti i giorni dalle ore 13 alle ore 16 o scrivendo all’indirizzo info@mayrdonizetti.it

2014_12_09 San Siro si festeggia al Fraschini di Pavia con Nabucco di G.Verdi

Martedì 09 dicembre 2014_12_09 20:30 LIRICA (turno A)
Giovedì 11 Dicembre 2014_12_11 20:30 LIRICA (turno B)
Giuseppe Verdi
NABUCCO 
Dramma lirico in quattro parti
Libretto: Temistocle Solera
Fonti letterarie: Nabuchodonosor, dramma di Auguste Anicet-Bourgeois
Prima rappresentazione: Milano, Teatro Alla Scala, 9 marzo 1842

PERSONAGGI E INTERPRETI
Nabucco - re di Babilonia (baritono) : Paolo Gavanelli
Ismaele - nipote di Sedecia re di Gerusalemme (tenore) : Gabriele Mangione
Zaccaria - gran pontefice degli Ebrei (basso) : Enrico Iori
Abigaille - schiava creduta figlia primogenita di Nabucco (soprano) : Tiziana Caruso
Fenena - figlia di Nabucco (mezzosoprano) : Raffaella Lupinacci
Il Gran Sacerdote di Belo (basso) : Antonio Barbagallo
Abdallo - vecchio ufficiale del re di Babilonia (tenore) : Giuseppe Distefano
Anna - sorella di Zaccaria (soprano) : Sharon Zhai

Coro del Circuito Lirico Lombardo
Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Direttore: Marcello Mottadelli
Regia: Andrea Cigni
scene: EMANUELE SINISI
costumi: SIMONA MORRESI
luci: FIAMMETTA BALDISERRI
Maestro del coro: Antonio Greco

Note di regia Andrea Cigni: C’è un aspetto in Nabucco che mi ha colpito più della sua tradizionale caratteristica di opera di ‘apparato’ e per certi aspetti ‘monumentale’. È il senso drammatico, teatrale ed intimo che in realtà questa storia conserva.
Questo percorso sicuramente più affascinante passa attraverso i protagonisti della vicenda e sicuramente in modo molto forte nel legame che esiste tra Abigaille e Nabucco e tra Abigaille e l’Amore. E la psicologia di questi personaggi è un aspetto che nel mio lavoro vorrei sottolineare e portare all’attenzione dello spettatore.
Il conflitto non è semplicemente religioso, non è culturale, non è tra i popoli. Il conflitto è ben più profondo, non è esterno, è ‘dentro’. Tra un dovere, un dover essere e un voler essere. Come se la storia fungesse da pretesto per ‘attaccare’ delle etichette, attraverso i personaggi, ad alcune ‘persone’ e che queste persone fossero nascoste ‘dentro’ ai ruoli imposti. Il re, la regina, il guerriero, il sacerdote… Il padre, la figlia illegittima, l’amante, il saggio… Preferisco vedere così i personaggi di quest’opera, come persone. Per il messaggio teatrale che ci offrono e che portano e non per l’apparato che si pensa possano rappresentare.
E allora come nelle stanze della memoria, come in un agone drammatico, si muovono questi personaggi dentro a quattro pareti. Pareti che ci narrano di una cultura oppressa e prevaricata e messa in pericolo, ma che servono, annullandosi, al luogo teatrale necessario alla narrazione del dramma, dei drammi.
Innanzitutto non c’è mai la garanzia che lo spazio, pur essendo fisso, sia sempre quello, ma che riveli, nasconda, si modifichi, nel corso della musica e delle azioni; che dentro a questo spazio la luce racconti le sensazioni dei personaggi e descriva i luoghi evocandone il valore e non descrivendone in modo didascalico la presenza. C’è una inquietudine in Nabucco, che si traduce sicuramente nella pagina più famosa del suo coro nel terzo atto e questa inquietudine deve essere narrata e deve essere mostrata.
Pochi simbolici elementi caratterizzano e suggeriscono gli ambienti. Sono elementi funzionali, cioè che funzionano e che fungono al racconto teatrale, oggetti che acquistano un valore e che vedono negato questo valore all’interno della vicenda stessa. Il cavallo superstite di Nabucco (cimelio di chissà quale cultura devastata) diventa il dio da venerare grazie ad alcuni elementi che lo trasformano. Elementi che verranno distrutti al finale dell’opera. Il trono blu, che è la città di Babilonia, sulla quale Abigaille vuole imporre il proprio potere per vendicarsi di un amore non corrisposto e del il senso di vuoto. Il vuoto che si fa oggetto significante per dirci che spesso è la solitudine di questi personaggi che Verdi voleva rappresentare. Specie dei due protagonisti principali, accomunati da una follia neanche troppo celata.
Non m’interessava in questo lavoro riproporre forme e referenti filologici documentari, piuttosto mi interessa raccontare le storie che si intrecciano in quest’opera, seguendo uno sviluppo multipolare e nel raccontare ho bisogno di far sì che anche lo spettatore venga chiamato in causa, attraverso un esercizio di conferimento di senso ad un lavoro di evocazione, suggestione e interpretazione.

Terza opera composta da Giuseppe Verdi su libretto di Temistocle Solera: il patriottismo e il dramma corale, l’apice raggiunto dal lirismo poetico consentirono a Verdi di conquistare le scene milanesi ed ottenere in breve tempo un posto speciale nel cuore del pubblico. L’opera debuttò alla Scala di Milano nel 1842 riscuotendo un successo che neppure Verdi aveva potuto prevedere e il celebre coro “Va’ pensiero” divenne fin da subito una sorta di inno assunto dalla popolazione nel periodo dei moti risorgimentali. Una “congiuntura favorevole”, che fece avvicinare maggiormente il compositore a Giuseppina Strepponi (prima interprete di Abigaille), sua futura compagna di vita.

Note di Maria Teresa Dellaborra
Dopo l’insuccesso di Un giorno di regno, nel 1842 Verdi tornò al melodramma con l’intenzione di stravolgerne gli schemi melodrammatici convenzionali e il libretto di Nabucodonosor, che Temistocle Solera gli sottopose, gli apparve particolarmente adatto per una simile operazione, nonostante le perplessità e i dubbi dell’impresario Merelli. Un intrigo alla corte di Babilonia si staglia sullo sfondo della lotta tra due popoli: l’Assiro e l’Ebreo, che finisce prigioniero del primo. Entrambi nutrono una fede religiosa precisa: l’idolo Belo contro Jeova ma, secondo il modello del teatro greco, un colpo di scena sovverte la vicenda che giunge a un lieto fine seguendo le regole dell’opera seria settecentesca - ovvero attraverso il pentimento e la morte dell’eroe negativo.
Se la trama e la conclusione della vicenda sono tipiche dell’opera del tempo, molti altri elementi denotano i tratti innovativi impressi dall’autore. Innanzitutto i personaggi si esprimono in modo non consueto: Abigaille, eroina negativa, canta nel più puro stile belcantistico, mentre Zaccaria e Nabucco, virili e imponenti, intonano spesso melodie piane, in un linguaggio molto semplificato, ma danno vita ad ampie scene drammatiche assolutamente inconsuete (come quella del finale primo o del finale secondo quando la cabaletta di Nabucco si trasforma in un patetico adagio, o nell’ estesa scena di Abigaille e Nabucco prima del duetto e nel monologo di Nabucco all’atto della sua conversione); i cori sono di tono semplice, popolareggiante e definiscono l’identità del popolo ebraico. In secondo luogo la successione delle parti convenzionali dell’opera aderisce in modo del tutto nuovo allo svolgimento della tragedia attraverso i momenti ‘solistici’ (la prima cavatina in cui Zaccaria ricorda ai suoi la protezione di Jeova nella storia del popolo d’Israele, e la cabaletta, in cui promette la caduta dell’idolo assiro oppure l’implorazione di Nabucco nell’ultimo atto e il seguente slancio in soccorso di Fenena e degli Ebrei nella cabaletta con coro) e i finali, completamente rivisitati e privi – ad eccezione del primo atto - della consueta stretta; gli ensembles sono poi ridotti a due (terzettino Abigaille-Fenena-Ismaele e duetto Abigaille-Nabucco) e nel contempo inseriti nei finali stessi all’interno dei quali immettono nuova linfa. La massiccia e autonoma presenza del coro, infine, donano a Nabucco una monumentalità che viene ulteriormente rafforzata dall’orchestrazione, volutamente bandistica e d’inflessione folcloristica.
Il pubblico scaligero mostrò di apprezzare queste innovazioni, e seppe cogliere l’estro e il profondo sentimento religioso espresso dal compositore attraverso melodie toccanti come quella del coro Va’ pensiero di cui richiese immediatamente a gran voce il bis.

Un respiro...... [Note musicali di Marcello Mottadelli]
A.“Il respirare: alternarsi dei movimenti respiratori…
B.Sollievo, liberazione, tregua o sosta, pace, liberazione da fatiche, impegni affannosi, preoccupazioni…
C.In musica, sinonimo poco frequente di pausa di breve durata…”
(da Enciclopedia Treccani)
Il mio approccio con l'interpretazione musicale di un'opera, dopo averla ben conosciuta
nei suoi aspetti strutturali e di forma, è la maniaca ricerca di un particolare, anche molto piccolo, che mi sarà fondamentale come chiave di lettura interpretativa. Così come nella vita quotidiana sono proprio i piccoli particolari a fare grandi le cose. Grazie a quel  particolare, a volte, riusciamo a vedere le situazioni da un altro punto di vista, da una diversa angolazione.
Nabucco è per storia e genesi l'opera più risorgimentale del Maestro Verdi, profondamente legata ad un importante periodo storico del nostro paese, ed ad un difficile momento della vita del Maestro, che prima di scrivere Nabucco perse la moglie Margherita Barezzi ed i figli Virginia ed Icilio.
Invito però il pubblico a guardare quest'opera da un'altra angolazione: ad ascoltare il respiro di silenzio che precede il "Va pensiero"... a sentire questo coro come un lungo respiro dalla prima all'ultima nota, a scorgerne i diversi respiri interni fatti di speranza, di pace e di sofferenza…
Il flauto solo nell'introduzione ne è una forte testimonianza e lo ritroviamo anche nell'ultima aria di Abigaille insieme al violoncello solo e corno inglese, sul testo "…Ah tu dicesti o popolo: solleva Iddio l'afflitto..."
Infine, un respiro è ciò che apre e chiude il sipario della nostra vita....

BIGLIETTERIA C.so Strada Nuova 136 - Pavia
Aperta dal lunedì al sabato dalle ore 11 alle 13 e dalle 17 alle 19
Aperta un’ora prima di ogni spettacolo
Tel. 0382-371214
PREZZI Da 55 euro (platea e palchi centrali) a 14 euro (posti in piedi non numerati).
Tutti i prezzi sono pubblicati sul sito www.teatrofraschini.org

2014_12_10 Concerti fuori sede per gli Archi de I Pomeriggi

10 dicembre 2014, ore 21.00
Basilica Santa Maria delle Grazie
Piazza Santa Maria delle Grazie – Milano

16 dicembre 2014, ore 21.00
Chiesa di Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa
Via Neera, 15 – Milano

70ª STAGIONE SINFONICA 2014-2015
ORCHESTRA I POMERIGGI MUSICALI
Direttore Artistico, M° Maurizio Salerno
I Pomeriggi Musicali per Bianco Inverno
Ingresso libero fino a esaurimento posti
Ensemble d’Archi dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali
Maestro di concerto al violino: Alessandro Braga

Haendel, Concerto grosso n. 1, op. 6
Sammartini, Christmas concerto n. 6, op. 5
Corelli, Concerto grosso n. 8 “Fatto per la notte di Natale”, op. 6
Händel, Concerto grosso n. 8, op. 6

La Fondazione I Pomeriggi Musicali, in stretta collaborazione con l’Assessorato al Commercio, Attività produttive, Turismo, Marketing territoriale e Servizi Civici, all’interno del palinsesto organizzato e voluto dal Comune di Milano, Bianco Inverno, propone due serate per celebrare le imminenti festività con la cittadinanza. Nella centralissima Santa Maria delle Grazie e in replica in periferia, in Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa, che ospita l’ultima, suggestiva installazione di Dan Flavin, l’Ensemble d’Archi de I Pomeriggi Musicali, guidato dal primo violino, Alessandro Braga, si impegnerà in un programma in cui la letteratura virtuosistica si mischia alla gioia della musica di Natale. Da Händel a Corelli, passando per Sammartini e tornando al maestro di Halle, il violino del M° Braga dialogherà con tutto l’ensemble restituendo quelle magia, elegante e soave, che permea i grandi capolavori del Settecento. Per la replica in Santa Maria delle Grazie, gli spettatori, oltre che godere del concerto, potranno poi spostarsi presso il Chiostro della Magnolia di Corso Magenta 61, dove verrà mostrato in anteprima il video che raccoglie le “voci della città” sull’idea di Città Metropolitana e le Associazione Brand Magenta e 5 Vie offriranno un elegante brindisi d’auguri.

Contatore visite e album degli ospiti (se volete lasciare un commento, grazie)