Un frate Li Huanhong (IV atto)
E' un'opera lirica di Giuseppe Verdi su libretto di Joseph Mery e Camille Du Locle, rappresentata la prima volta a al Théâtre de l'Académie Impériale de Musique di Parigi, nella versione in cinque atti e in lingua francese, l'11 marzo 1867. In seguito l'opera fu tradotta in italiano da Achille de Lauzières e rimaneggiata a più riprese per quasi quindici anni. Nel 1872 Verdi operò alcune modifiche minori con la collaborazione di Antonio Ghislanzoni, il librettista di Aida. La revisione più importante fu realizzata oltre 10 anni dopo e comportò l'eliminazione dell'originario atto primo.
Le modifiche al libretto furono messe a punto da Du Locle, ma la versione in 4 atti andò in scena al Teatro alla Scala di Milano il 10 gennaio 1884 nella traduzione italiana di Angelo Zanardini e sarà quella presentata questa sera.
E‘ un Grand Opéra, corredato di balletto nella prima versione, con grandiose scene di massa, nella quale la base storica viene resa drammaturgia teatrale invecchiando il personaggio di Filippo II (32enne in realtà) ma visto qui come un vecchio dai capelli bianchi e presupponendo un amore nascosto tra il figlio Don Carlo (15enne) e la matrigna Elisabetta di Valois (14enne).
Nella realtà i due bimbi non ebbero modo certo di avere simili sentimenti e morirono ben presto, le loro tombe sono ancora oggi vicine nell‘avello dell‘Escorial.
Verdi sviluppa in questo lavoro diverse tematiche: il contrasto genitore/figlio, fra Filippo II di Spagna e Don Carlos; il tema politico delle Fiandre oppresse verso le quali Carlo è chiamato in soccorso; il tema dell‘amicizia nel personaggio del Marchese di Posa, Rodrigo, che muore facendosi credere sobillatore della rivolta al posto di Carlo; il tema del potere religioso con la figura del Grande Inquisitore al quale anche il Re di Spagna si deve sottomettere; il tema della gelosia di Filippo II verso il figlio e della Principessa di Eboli verso Don Carlo quando lo scopre innamorato della propria matrigna.
Atto primo
L‘opera si apre nel Chiostro del Convento di San Giusto con il Coro dei Frati Carlo il sommo Imperatore Non è più che muta polve. Che commenta la morte dell‘Imperatore. Don Carlo ricorda l‘incontro con Elisabetta in Francia Io l'ho perduta! Oh potenza suprema! Nel dolce suol di Francia, Nella foresta di Fontainebleau! Io la vidi e il suo sorriso Nuovo un cielo apriva a me!. Qui lo raggiunge il Marchese di Posa che lo incita a prendere le difese delle Fiandre L'ora suonò; te chiama il popolo fiammingo!. i due si promettono amicizia eterna Giuriam insiem di vivere e di morire insieme. Nella scena seguente siamo alle Porte del Chiostro di S. Giusto, dove una dama della Regina, la principessa Eboli canta una canzone moresca Nei giardin del bello Saracin ostello Mohammed, re moro, sen va. Arriva la Regina Elisabetta di Valois (promessa a Don Carlo ma poi sposata da Filippo II) a lei Posa consegna un foglio di Carlo e la prega di volerlo ricevere prima della sua partenza. Elisabetta cede e allontana le dame. Carlo arriva e risponde (con veemenza): Figlio! Tal nome no; ma quel D'altra volta!.. alla Regina. Il colloquio rischia di riaccendere il loro amore, ma l'arrivo improvviso di Filippo II mette in fuga Carlo.
Il Re trovando la Regina sola, condanna la dama di compagnia che doveva essere presente al ritorno immediato in Francia. Elisabetta la consola Non pianger, mia compagna, Lenisci il tuo dolor. Bandita sei di Spagna Ma non da questo cor.
L'atto si chiude con un grande duetto tra Filippo e Posa, il quale non ha nessun timore del Re ma gli chiede senza mezzi termini la libertà per i Fiamminghi, e non la "La pace che Voi date al mondo, la pace dei sepolcri" che invece vuole dare Filippo.
Atto II
E‘ notte, Don Carlo aspetta la Regina nel giardino ma il foglio che lo aveva invitato all‘incontro era invece della Principessa Eboli. Don Carlo le rivolge frasi d‘amore interrompendosi di colpo quando si accorge che non è Elisabetta. Eboli, scoprendo di non essere amata e che la Regina è sua rivale si infuria e nemmeno Posa riesce a calmarla. Eboli medita vendetta e insinua in Filippo il sospetto della tresca tra figlio e matrigna.
La scena più grandiosa è quella che segue con la piazza piena di popolo in attesa del corteo del Re, Spuntato ecco il dì d'esultanza a lui Carlo presenta i deputati Fiamminghi e, quando il Re si rifiuta di ascoltarli, alza la spada verso il padre, fermato solo da Posa che lo disarma. Carlo viene imprigionato, Posa nominato Duca. Gli eretici fiamminghi vengono portati al rogo, mentre una voce dal cielo dice Volate verso il ciel, volate, pover'alme, V'affrettate a goder la pace del Signor!
Atto III
Bellissima è l‘aria che Verdi scrive per Filippo II, solo nell‘Avello dell‘Escorial. Non riesce a dormire e ricorda il giorno delle sue nozze Ella giammai m'amò!... Quel core chiuso è a me, Amor per me non ha!... Io la rivedo ancor contemplar trista in volto Il mio crin bianco il dì che qui di Francia venne. Segue il duetto con il Grande Inquisitore che viene a chiedere la testa di Posa, che ha osato difendere i Fiamminghi, in cambio offre l‘assoluzione al Re se volesse giustiziare il proprio figlio. Arriva Elisabetta che ha scoperto la sottrazione del suo scrigno personale, ma il Re glielo mostra e la invita ad aprirlo, scoprendovi all‘interno un ritratto di Carlo, che diviene prova del suo tradimento. Il diverbio tra i due degenera ed Elisabetta sviene. Eboli si rende conto di quello che ha fatto accusando la Regina di amare Carlo, rivela la sua colpa ad Elisabetta che le propone il chiostro o l‘esilio. Ma Eboli farà qualcosa d‘altro solleverà il popolo portandolo alla prigione per liberare Carlo. Qui Eboli canta Oh dono fatale maledicendo la sua beltà che l‘ha illusa dell‘amore di Carlo. (da notare la benda sull'occhio perché nella realtà Eboli aveva perduto un occhio ma dicono che fosse una donna comunque molto ricercata).
Nella prigione Carlo riceve la visita di Posa che è stato trovato in possesso delle carte compromettenti che Carlo gli aveva consegnato, per cui tutti lo credono il sobillatore delle Fiandre. Mentre stanno parlando, due sicari gli sparano alle spalle uccidendolo Per me giunto è il di supremo. In quel mentre entra Filippo II, invano cerca di rappacificarsi con il figlio Tu più figlio non hai! No! i regni miei Stan, presso a lui!. Arriva il popolo, e, nel subbuglio che ne segue, Eboli mascherata riesce a fare fuggire Carlo.
Atto IV
Siamo alla fine della vicenda, e torniamo dove ha avuto inizio, nel Chiostro del Convento di San Giusto. Elisabetta sola attende Don Carlo per l‘ultimo addio, prega sulla tomba di Carlo V, sommo imperatore Tu che le vanità conoscesti del mondo E godi nell'avel il riposo profondo, Se ancor si piange in cielo, piangi sul mio dolor, E porta il pianto mio al trono del Signor. Giunge Carlo ed i due si salutano in un melanconico duetto Ma lassù ci vedremo in un mondo migliore. Dell'avvenire eterno suonan per noi già l'ore; E là noi troverem nel grembo del Signor Il sospirato ben che fugge in terra ognor!.
Irrompe Filippo (prendendo il braccio della Regina): Io voglio un doppio sacrifizio!
Ma avviene un fatto miracoloso, una frate (l‘apparizione di Carlo V) appare e trae Don Carlo nella cappella del chiostro sottraendo al furore del padre:
Il duolo della terra Nel chiostro ancor ci segue,
Solo del cor la guerra In ciel si calmerà!





