2026_08_14 Vigilia di ferragosto tra meditazione e ricordi

Arthur C. Clarke
I NOVE MILIARDI DI NOMI DI DIO
" ... quando avremo scritto tutti i nomi che gli abbiamo dato, si calcola che siano circa nove miliardi, Dio avrà raggiunto il suo fine. ... e lassù, senza tanto chiasso, le stelle si stavano spegnendo."

(The Nine Billion Names Of God, 1953) Star Science Fiction Stories, 1953 
Immagine creata by mm con Copilot, testo del racconto tratto da PDF rintracciabile on-line

«È una richiesta un po' insolita» disse il dottor Wagner, con quella che sperava apparisse una lodevole esibizione di tatto. «Per quello che ne so è la prima volta che qualcuno ci chiede di fornire a un monastero tibetano un computer a sequenza automatica. Non desidero certo apparire indiscreto, ma non avrei mai pensato che il vostro, ehm, istituto potesse avere qualche motivo per utilizzare una macchina di questo tipo.  Potrebbe spiegare l'uso che intendete farne?» 
«Volentieri» rispose il lama, lisciandosi la veste di seta e mettendo via con cura il regolo calcolatore che aveva usato per convertire la valuta. 
«Il vostro computer Mark V può eseguire qualunque operazione matematica di routine fino a dieci cifre. Tuttavia, per il nostro lavoro, siamo interessati a lettere non a numeri. Noi desideriamo che modifichiate i circuiti di output, in modo che la macchina stampi parole, non colonne di cifre». 
«Non riesco bene a capire...» 
«Questo è un progetto al quale abbiamo lavorato durante gli ultimi tre secoli, da quando è stata fondata la lamasseria, il monastero, in pratica. È un po' estraneo al vostro modo di pensare, perciò spero che vorrà ascoltare con mente aperta mentre glielo spiego». 
«Naturalmente». 
«In realtà è molto semplice. Abbiamo compilato una lista che conterrà tutti i nomi di Dio». 
«Scusi?» 
«Abbiamo motivo di credere» continuò il lama, imperturbabile, «che tutti quei nomi possano essere scritti con non più di nove lettere in un alfabeto che abbiamo ideato noi stessi». 
«E lo state facendo da tre secoli?» 
«Sì. Ci aspettavamo che ci sarebbero voluti circa quindicimila anni per completare l'impresa». 
«Oh». 

Il dottor Wagner parve un po' stordito. 

«Adesso capisco perché volete affittare una delle nostre macchine. Ma qual è esattamente lo scopo di questo progetto?» 

Il lama esitò per una frazione di secondo, e Wagner si chiese se non l'avesse involontariamente offeso. Ma se era così, non vi fu la minima traccia di fastidio nella sua risposta. 

«Lo chiami pure un rituale, se vuole, ma è una componente fondamentale della nostra fede. 
Tutti i molti nomi dell'Essere Supremo, Dio, God, Jeovah, Allah, e così via, sono soltanto etichette prodotte dall'uomo. 
Qui esiste un problema filosofico d'una certa difficoltà, che non ho intenzione di discutere, ma in qualche punto fra tutte le possibili combinazioni di lettere che possono esistere vi sono quelli che potremmo chiamare i veri nomi di Dio. 
Attraverso una sistematica permutazione delle lettere, abbiamo tentato di elencarli tutti». 
«Capisco. Avete cominciato con AAAAAAAAA... per arrivare a ZZZZZZZZZ...» 
«Proprio così, anche se usiamo un nostro speciale alfabeto. Modificare le scriventi automatiche per risolvere questo aspetto è naturalmente banale. Un problema molto più interessante è quello di progettare dei circuiti adatti per eliminare le combinazioni assurde. Per esempio, nessuna lettera deve comparire più di tre volte di seguito». 
«Tre? Certamente vorrà dire due». 
«Tre è giusto: temo che ci vorrebbe troppo tempo per spiegarle il perché, anche se lei capisce la nostra lingua». 
«Sono certo di sì» si affrettò ad aggiungere Wagner. «Continui pure». 
«Per fortuna sarà una faccenda molto semplice adattare il vostro computer a sequenza automatica per questo lavoro, poiché quando sarà stato programmato in maniera corretta, permuterà ogni lettera volta per volta e stamperà il risultato. Dove sarebbero stati necessari quindicimila anni per completare il lavoro, potremo farlo in cento soltanto». 

Il dottor Wagner quasi neppure si accorgeva del lontano fragore che saliva dalle strade di Manhattan, molto più in basso. Si trovava in un mondo diverso, un mondo di montagne naturali, non create dall'uomo, in alto fra quelle vette lontane, quei monaci avevano continuato a lavorare pazientemente, generazione dopo generazione, compilando le loro liste di parole senza senso. 

Esisteva qualche limite alle follie dell'umanità? 

Comunque, non doveva far trapelare nessun segno dei suoi pensieri interiori. Il cliente aveva sempre ragione... «Non c'è alcun dubbio» rispose il dottor Wagner, «sul fatto che noi siamo in grado di modificare il Mark V così da stampare automaticamente liste di questo tipo. Mi preoccupano molto di più i problemi dell'installazione e della manutenzione. Raggiungere il Tibet, al giorno d'oggi, non sarà facile». 
«Possiamo organizzare tutto noi. Le componenti sono abbastanza piccole da poter viaggiare per via aerea, è uno dei motivi per cui abbiamo scelto la vostra macchina. Se riuscirete ad arrivare in India, provvederemo noi a fornire i mezzi di trasporto da lì». 
«E volete assumere due dei nostri tecnici?» 
«Sì, per i tre mesi necessari al progetto». 
«Non ho alcun dubbio che il nostro ufficio personale potrà occuparsene». 

Il dottor Wagner scribacchiò qualcosa su un blocco di appunti sulla sua scrivania. «Ci sono soltanto altri due punti...»
 Prima che potesse terminare la frase, il lama aveva tirato fuori un foglietto. «Questa è la certificazione del mio credito presso la Banca Asiatica». 
«Grazie. Pare... ah... adeguato. La seconda questione è così banale che esito a farvi accenno, ma è sorprendente quanto spesso le cose ovvie vengano trascurate. Di quale fonte di energia elettrica disponete?» 
«Un generatore diesel che fornisce cinquanta kilowatt a centodieci volt. È stato installato circa cinque anni fa ed è molto affidabile. Ha reso la vita nel nostro monastero molto più comoda, ma naturalmente è stato installato soprattutto per fornire energia alle nostre ruote di preghiera». 
«Naturalmente» gli fece eco il dottor Wagner. «Avrei dovuto pensarci». 

Il panorama dal parapetto dava le vertigini, ma col tempo ci si abitua a tutto. Dopo tre mesi, George Hanley non provava più quell'impressione di vertigine alla vista dello strapiombo di seicento metri sull'abisso e della remota scacchiera di campi coltivati nella valle sottostante. 
Era appoggiato alle pietre levigate dal vento e fissava imbronciato le lontane montagne delle quali non si era mai preoccupato di scoprire i nomi. Questa, pensò George, era la cosa più folle che gli fosse mai capitata. «Progetto Shangri-La», qualcuno l'aveva battezzato laggiù nei laboratori della ditta. 

Da settimane ormai il Mark V aveva sfornato chilometri e chilometri di fogli coperti di segni incomprensibili. Con inesorabile pazienza il computer aveva riorganizzato le lettere in tutte le loro possibili combinazioni, esaurendo ogni singola classe prima di passare alla successiva. 
A mano a mano che i fogli emergevano dalle scriventi elettriche, i monaci li tagliavano con estrema attenzione incollandoli in enormi libroni. 
Una settimana ancora e, grazie al cielo, avrebbero finito. 
Quali oscuri calcoli avessero convinto i monaci di non doversi preoccupare di esaminare, dopo, le parole di dieci, venti o cento lettere, George non lo sapeva. 
Uno dei suoi incubi ricorrenti era che ci sarebbe stato un cambio di programma e che il Gran Lama (loro, naturalmente, lo chiamavano Sam Jaffe, anche se non assomigliava neanche un po' all'attore) annunciava all'improvviso che il progetto sarebbe stato prolungato all'incirca fino all'anno 2060 d.C. Erano capacissimi di farlo.
George sentì la grande porta di legno massiccio sbattere al vento quando Chuck uscì fuori, e si fermò a ridosso del parapetto accanto a lui. Come al solito, Chuck stava fumando uno di quei sigari che l'avevano reso così popolare fra i monaci i quali, a quanto pareva, erano più che disposti ad abbracciare tutti i piccoli piaceri della vita, e anche quelli più grandi. 
Questa era una delle cose a loro favore: potevano anche essere pazzi, ma non erano bacchettoni. 
Quei frequenti viaggi che facevano giù fino al villaggio, per esempio... «Ascoltami, George» disse Chuck, con una certa angoscia nella voce. «Ho saputo qualcosa che può significare guai per noi». 
«Cosa c'è che non va? La macchina non funziona come si deve?» 

Quello era il peggior guaio che George potesse immaginare. Avrebbe potuto ritardare il loro ritorno, e nessun'altra prospettiva gli appariva altrettanto orribile. 
Visto come si sentiva in quel momento, perfino la contemplazione d'uno spot pubblicitario televisivo gli sarebbe parsa una manna dal cielo. Per lo meno avrebbe significato un collegamento con casa sua. 
«No, niente del genere». Chuck si appoggiò al parapetto, il che era insolito, giacché quello strapiombo gli aveva sempre fatto paura. 
«Ho appena scoperto cos'è in realtà tutta questa faccenda». 
«Cosa vuoi dire? Credevo che lo sapessimo». 
«Sicuro. Sappiamo quello che i monaci stanno cercando di fare. Ma non ne sapevamo il perché. È la cosa più folle che...» 
«Vuoi dirmelo, allora?» gemette George. «... il vecchio Sam si è appena confidato con me. Tu sai che viene ogni pomeriggio a guardare i fogli mentre si srotolano fuori. Bene, questa volta pareva piuttosto eccitato, o quanto meno, quanto potrà mai esserlo uno come lui. Quando gli ho detto che eravamo arrivati all'ultimo ciclo, mi ha chiesto con quel suo affascinante accento inglese, se mi fossi mai domandato cosa stavano cercando di fare. "Certo" gli ho risposto, e lui me l'ha raccontato». 

«Continua, ci rinuncio». 

«Bene, loro credono che quando avranno elencato tutti i Suoi nomi, e calcolano che ce ne siano all'incirca nove miliardi, Dio avrà conseguito il suo scopo. La razza umana avrà portato a termine il compito per cui è stata creata, e non ci sarà più nessuna ragione per continuare. Addirittura, l'idea stessa è blasfema». 
«Allora, cosa si aspettano che facciamo, che ci suicidiamo?» 
«Non ce ne sarà bisogno. Una volta completata la lista, Dio interviene e conclude ogni cosa... tombola!» 
«Oh, capisco. Quando avremo finito il nostro lavoro, ci sarà la fine del mondo». 
Chuck se ne uscì in una risatina nervosa. 
«È proprio quello che ho detto a Sam. E sai cos'è successo? Mi ha guardato in maniera molto strana, come se io fossi l'idiota della classe, e ha replicato: "Non è niente di così banale"». 
George ci rifletté per un attimo. «È quello che io dico avere la Grande Visione» commentò, qualche istante dopo. 
«Ma cosa pensi che dovremmo fare? Non mi pare che ci sia la minima differenza, per noi. Dopotutto, sapevamo che erano matti». 
«Sì, ma non capisci cosa potrebbe accadere? Quando la lista sarà completata e l'Ultima Tromba non squillerà, o qualunque altra cosa si aspettino, potremmo essere noi a venire incolpati. È la nostra macchina che stanno usando. Questa situazione non mi piace neanche un po'». 
«Capisco» replicò George, lentamente. 
«Qui hai colto nel segno. Ma questo genere di cose è già successo altre volte, sai. Quand'ero ragazzino, giù in Louisiana, avevamo un predicatore quasi del tutto partito con la testa il quale un giorno disse che il mondo sarebbe finito domenica prossima. Centinaia di persone gli credettero, finirono perfino per vendere le proprie case. Eppure, quando non successe niente, non s'infuriarono con lui come ti saresti aspettato. Decisero semplicemente che aveva sbagliato i suoi calcoli e continuarono a credere. Sono convinto che qualcuno ci creda ancora». 
«Bene, questa non è la Louisiana, nel caso in cui non te ne sia accorto. Noi siamo soltanto due e questi monaci sono centinaia. Mi sono simpatici e mi dispiacerà per il vecchio Sam quando si accorgerà che il compito della sua vita si rivolterà contro di lui, ma preferirei lo stesso trovarmi da qualche altra parte».
«Sono settimane che anch'io lo desidero ardentemente. Ma non c'è niente che possiamo fare fino a quando il contratto non sarà concluso e non arriverà l'aereo a riportarci a casa». 
«Naturalmente» disse Chuck, pensieroso, «potremmo sempre tentare un piccolo sabotaggio». 
«Col cavolo che possiamo fare una cosa simile. Non farebbe altro che peggiorare le cose». 
«Non come intendo io. Mettiamola così. La macchina finirà il suo lavoro fra quattro giorni, sulla base delle venti ore giornaliere di oggi. Il trasporto arriverà fra una settimana. D'accordo? Tutto quello che dobbiamo fare è trovare qualcosa che debba venir sostituito, durante i periodi di manutenzione, qualcosa che faccia sospendere il lavoro per un paio di giorni. Noi ripareremo il guasto, naturalmente, ma non troppo in fretta. Se sincronizzeremo le cose per bene, potremmo trovarci giù all'aeroporto quando l'ultimo nome schizzerà fuori dalla stampante. A quel punto, non ce la faranno più a prenderci».
«Non mi piace» disse George. 
«Sarà la prima volta che abbandonerò un lavoro. Inoltre li renderebbe sospettosi. No, resterò qui e accetterò quello che sarà». 

«Non mi piace ancora» dichiarò, sette giorni più tardi, mentre i piccoli e robusti pony di montagna li stavano trasportando giù per la strada serpeggiante. «E non credere che io stia scappando perché ho paura. È soltanto che sono dispiaciuto per quei poveracci là sopra, e non voglio trovarmi lì intorno quando scopriranno che razza di gonzi sono stati. Mi chiedo come la prenderà Sam». 
«È strano» replicò Chuck, «ma quando l'ho salutato ho avuto l'impressione che sapesse che stavamo tagliando la corda e che non gliene importasse, perché sapeva che la macchina funziona alla perfezione e che il lavoro sarebbe stato ben presto finito. Dopo... be', naturalmente, per lui non esiste nessun Dopo...» 
George si girò sulla sua sella, e sollevò lo sguardo verso la strada di montagna. Quello era l'ultimo punto da cui era possibile vedere chiaramente il monastero. Il profilo dei tozzi edifici angolosi si stagliava contro il riverbero del tramonto: qua e là baluginavano luci, come gli oblò sulla fiancata di un transatlantico. Luci elettriche, naturalmente, le quali condividevano lo stesso circuito del Mark V. 
Per quanto tempo ancora l'avrebbero condiviso? si chiese George. 
I monaci avrebbero fracassato il computer in preda alla collera e al disappunto? 
Oppure si sarebbero seduti tranquilli, ricominciando daccapo i loro calcoli? 
Lui sapeva esattamente ciò che stava succedendo lassù sulla montagna, in quel preciso istante. 
Il Gran Lama e i suoi assistenti se ne stavano seduti, avvolti nelle loro vesti di seta, intenti a ispezionare i fogli a mano a mano che i monaci cadetti li portavano via dalla stampante, e li incollavano nei grandi volumi. Nessuno diceva niente. 
L'unico suono, là dentro, era l'incessante ticchettio, l'interminabile grandinare dei tasti che colpivano la carta, giacché di per sé il Mark V era del tutto silenzioso mentre smaltiva le molte migliaia di calcoli ad ogni singolo secondo. 
Tre mesi di questo, pensò George, erano sufficienti per far ammattire chiunque.
 «Eccolo là!» gridò Chuck, indicando il fondovalle. «Non è bello?»
 E certamente lo era, pensò George. Il vecchio, ammaccato DC3 spiccava in fondo alla pista come una minuscola croce d'argento. Fra due ore li avrebbe condotti verso la libertà e l'equilibrio mentale. 
Era un pensiero che valeva la pena di assaporare come se si trattasse di un liquore di qualità. George lasciò che gli passasse e gli ripassasse nel cervello, gustandolo, mentre il pony continuava a scendere con passo paziente e pesante il pendio. 
Adesso la rapida notte dell'alto Himalaya era quasi su di loro. Per fortuna la strada era molto buona, secondo la qualità media delle strade in quella regione, e tutti e due erano muniti di torce. 
Non c'era il minimo pericolo, soltanto il lieve disagio dovuto al freddo pungente. 
Il cielo sopra di loro era perfettamente limpido, e acceso dal brulichio delle familiari e amichevoli stelle. Per lo meno, pensò George, non ci sarebbe stato il rischio che il pilota non potesse decollare a causa delle cattive condizioni del tempo. 
Quella era l'unica preoccupazione che gli era ancora rimasta. 
Cominciò a cantare, ma dopo un po' ci rinunciò. 
Quel vasto anfiteatro di montagne che si stagliavano da ogni lato simili a bianchi fantasmi incappucciati, non incoraggiava una simile esuberanza. 
Poco dopo, George diede un'occhiata al suo orologio. 
«Dovremmo esserci fra un'ora» gridò a Chuck, senza voltarsi. 
Poi aggiunse, a mo' di ripensamento: «Mi chiedo se il computer non abbia finito il suo lavoro. Dovrebbe essere all'incirca adesso». 
Chuck non rispose, così George si girò sulla sella. Poteva vedere il volto di Chuck, un ovale bianco rivolto al cielo. «Guarda» bisbigliò Chuck, e George sollevò gli occhi verso il firmamento. (C'è sempre un'ultima volta per ogni cosa.) In alto, senza nessun clamore, le stelle si stavano spegnendo.

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