2020_05_05 The Best Male Voice la più bella voce maschile di tenore del momento Michael Spyres


Michael Spyres, tenore
Appuntamenti da OperaBase
Note biografiche:
Nascita1980 (età 40 anni), Mansfield, Missouri, Stati Uniti


AUTORE GIOACHINO ROSSINI

Anno 2019
► Note, Autore,Aria. Opera, ecc.
Gioachino Rossini Il barbiere di Siviglia "Cessa di più resistere"
► Video


§§§

Anno 2016
► Note, Autore,Aria. Opera, ecc.
Gioachino Rossini Ermione  "Balena in man del figlio"
► Video


§§§

Anno 2015
► Note, Autore,Aria. Opera, ecc.
Gioachino Rossini Zelmira "Mentre qual fiera ingorda"
► Video


§§§

Anno 2014
► Note, Autore,Aria. Opera, ecc.
Gioachino Rossini Guillame Tell "Asile héréditaire ... Amis, amis"
► Video


§§§

Anno 2012
► Note, Autore,Aria. Opera, ecc.
Gioachino Rossini Le Siège de Corinthe "Aria di Neocle"
► Video


§§§

Anno 2011
► Note, Autore,Aria. Opera, ecc.
Gioachino Rossini La gazza ladra "Vieni fra queste braccia"
► Video


§§§

Anno 2009
► Note, Autore,Aria. Opera, ecc.
Gioachino Rossini Il viaggio a Reims "Duetto Belfiore e Corinna"
► Video


§§§

Anno 2008
► Note, Autore,Aria. Opera, ecc.
Gioachino Rossini Otello   "Ah! sì, per voi già sento" il suo debutto nel ruolo il 12 luglio 2008
► Video

Un commento: Operaphile 11 anni fa
A successor to Chris Merritt and Bruce Ford in the making!!! One of my favourite operas and I think he does a wonderful job!!! JDF needs a worthy companion dramatic Rossini tenor to partner him in exploring some of the more dramatic of Rossini's operas. I hope they pair up!!!

§§§

Anno 2008
► Note, Autore,Aria. Opera, ecc.
Gioachino Rossini Otello   "Duetto con Jago (Giorgio trucco, tenore) e con Rodergico (Filippo Adami, tenore)
► Video


§§§

Anno 2016
► Note, Autore,Aria. Opera, ecc.
► Video

§§§

2020_05_03 Gian Carlo Menotti un ritratto dal giugno 1955 su Ricordiana

Gian Carlo Menotti MUSICISTA DEL MESE

Gian Carlo Menotti è l'uomo del giorno: Premio Pulitzer in America, polemiche su tutti i giornali italiani a proposito dell'ultima opera La Santa di Bleeker Street.
Menotti ha quarantaquattro anni e da circa venti compone opere teatrali che riscuotono successi strepitosi in tutti i paesi. Alla prima della Medium a New York seguirono 211 repliche consecutive, a quella de La Santa di Bleeker Street un centinaio. 
È un compositore strutturalmente moderno anche al di fuori della musica. 
Accompagna il più possibile le sue opere in giro per il mondo, ne cura la regia, combatte con i critici, risponde pacato e sicuro alle interviste televisive. 
Nelle brucianti battaglie milanesi, nella quiete della cattedra di composizione al Curtis Institute di Filadelfia, nei travolgenti entusiasmi di New York, a Praiano sul golfo di Salerno dove si è ritirato in questi giorni per stendere il soggetto di un nuovo lavoro, Menotti vive con uguale intensità i diversi momenti della sua arte.
Perché Menotti è popolare
A proposito del recente successo de La Santa di Bleeker Street alla Scala, un autorevole osservatore straniero notava che le prime di Menotti ci fanno fare lavoro doppio: capire Menotti, e poi capire perché la critica non lo capisce (almeno in gran parte). 
Veramente il broncio, le bizze della critica di fronte a ogni nuovo amore del pubblico, sono fenomeni frequenti. Si direbbe che essa s'ingelosisca e perda la bussola, quando vede che la folla le sfugge di mano, come una ragazza vivace che s'innamora di chi le va a genio, anziché attenersi alle raccomandazioni e ai rimbrotti della sua severa tutrice, che aveva caldeggiato per lei ben altri sicuri partiti. 
Quei rimbrotti sono, del resto, umanamente spiegabili. 
La critica più matura non sempre sa comprendere « à quoi rèvent les jeunes filles». 
Essa è fedele a concezioni estetiche, a tagli di abiti, a « redingotes », a pizzi di barbe, a giacche di velluto, a stili, a forme di gusto, su cui ha già investito la sua riputazione, e deve continuare a difenderli a oltranza, anche quando il mutare dei tempi vorrebbe nuovi sarti e nuovi barbieri.
Ora se c'è qualche cosa che muta nel gusto popolare (il quale in definitiva detta legge in simile campo) è proprio il gusto del teatro in musica, basato sopra una convivenza, perennemente in crisi, fra la musica e il dramma. Oggi la sensibilità spettacolare del grande pubblico è molto diversa; il cinema, gli stadii hanno creato ritmi diversi nella emotività delle folle; diciamo anche che le abbiano viziate con la frequenza degli « shoks », paragonabile all'uso di bevande molto forti. 
Ma il pubblico odierno è quello che è; e con esso l'artista deve fare i conti, alla fine, non con i recensori dei giornali, di cui può anche infischiarsi, anzi, in molti casi decisivi, deve infischiarsi, perché se li stesse a sentire, il pubblico non sentirebbe lui (e si addormenterebbe alla sua musica). 
Fare i conti con questo pubblico non è facile: e fra i musicisti di oggi, bisogna riconoscerlo, Menotti è riuscito a farli meglio di ogni altro. Non è andato troppo per il sottile, siamo d'accordo, sui mezzi con cui bisognava afferrare queste folle appassionate di cinema e di stadii: ma sta il fatto che, in una città come New York, egli le ha afferrate; le ha fatte entrare nel suo teatro, invece che nella porta vicina del cinema; ha deviato insomma la corrente popolare, l'ha ricondotta nel teatro d'opera. A noi sembra che questo solo fatto sia di una tale importanza, da invitare alla meditazione piuttosto che alla denigrazione prestabilita. 
E, se ci si sforza, con un pochino di buona volontà, di arrivare alla comprensione, si deve onestamente riconoscere che Menotti ha creato una nuova « apertura », anche popolare, al teatro musicale contemporaneo; e l'ha creata semplificando all'estremo la formula, sfrondando tutto ciò che poteva essere decorativo, artificioso, lento, cerebrale, complicato, anti-acustico per puntare principalmente su forti situazioni drammatiche attuali (di cui egli ha indubbiamente il dono della geniale invenzione), e sulla ancora più forte amplificazione emotiva, patetica, che queste situazioni acquistano per il canto tonale, melodico, all'italiana, con larghe frasi appassionate, di vibrante vocalità — come appunto il teatro italiano ha sempre più o meno amato. 
Naturalmente Menotti ha fatto cadere la bardatura melodrammatica o sinfonistica o decadente, ha trovato un tipo di dramma tutto suo, di atmosfera e di colore come la vita di oggi ne presenta nelle grandi città, con i problemi, gli incubi, il senso della morte, dell'aldilà, che più angosciano l'anima contemporanea. 
Su queste linee dinamiche le frasi di canto filano elementari e avvincenti, entrano nei nervi della gente e infine anche nel loro cuore. Questo ritorno al canto melodico e drammatico può facilmente indurre nella impressione che gli spartiti di Menotti siano pieni di reminiscenze: e difatti nelle recensioni dei suoi lavori noi assistiamo di solito a una sorta di esercitazione cinegetica, di caccia alle reminiscenze. Dobbiamo dire in proposito che se queste reminiscenze, specie di Puccini, veramente ci fossero, esse non ci procurerebbero, alla fine, fastidio maggiore del molto Debussy, Strauss, Stravinskij, Hindemith, Schoenberg e Bartok che da tanti anni ascoltiamo nella musica altrui. 
Ma in realtà le reminiscenze pucciniane o altro che siano, attribuite a Menotti, derivano per lo più dalla soggettiva illusione prospettica, per cui alla prima veduta di nuove cose, ci si immagina di averle già viste o di ricordarne dei tratti. Anziché riconoscere il nuovo, si ricorda il già noto. A questo si aggiunga un facile compiacimento di sfoggiare cultura e memoria musicale. Ma quando poi si vanno a verificare le presunte reminiscenze sullo spartito, si deve riconoscere che esse esistevano solo nello zelo cinegetico dei non benevoli ascoltatori. Mi ricordo che anche Puccini veniva continuamente accusato dai suoi critici, di plagi e di molte altre pecche, le stesse all'incirca che oggi si addebitano a Menotti. 
Può essere anzi di curiosa attualità rileggere la stroncatura della Bohème che il critico Pierre Lalo pubblicò su Le Temps dell'11 gennaio 1899, e specialmente queste frasi: 
« Je concède volontiers que La Bohème est « théâtrale ». Mais il faut alors dire que le souci « de faire du théàtre » y nuise à la musique, car la musique est, dans l'oeuvre de M. Puccini, ce qui me déplait le plus.
Tout d'abord, sous prétexte de suivre le drame, d'étre vraie ou « veriste » elle se brise, se divise, se morcelle en une foule de petits fragments, d'épisodes sans importance, sans lien, sans union:  ce sont des parcelles de musique... Ca et là, il est vrai quelques phrases violemment chantantes s'élèvent de cette poussière...
Ce compositeur  montre en  beaucoups  d'occasions le  mauvais  goùt  le  plus déplaisant; il a des idées abondantes et faciles; mais elles sont presque toutes vulgaires ou insignifiantes. On a dit que M. Puccini empruntait son ispiration mélodique a M. Massenet. En ce cas, M. Puccini n'a pris a M. Massenet que ses qualités les plus contestables :   le contour  trop  arrendi de la phrase,  la banalité caressante de la forme, la recherche de l'effet vocal, ou de l'effet tout court. Il n'a pas la passion ni l'élégance de t'auteur de Werlher. Ses mélodies sont faibles et molles;  elles bercent, et sont des mélodies indulgentes a la digestion des personnes qui ont bien diné. Cela suffit, il est vrai, a expliquer leur succès, mais non a le justifier… Et il faut entendre ces cris inexorablement poussés sur les notes hautes et le plus souvent appuyés, doublés par un unisson des violons a l'aigu, pour savoir jusqu'où peut aller la trivialité italienne... ».
[ndr questa traduzione non è presente nell’articolo originario che riporta solo la versione francese, si vede che il lettore destinatario si supponeva in grado di comprendere. “Ammetto prontamente che La Bohème è 'teatrale'. Ma poi bisogna dire che la preoccupazione di "fare il teatro" danneggia la musica, perché la musica è, nel lavoro di Mr. Puccini, ciò che non mi piace di più.
Prima di tutto, con il pretesto di seguire il dramma, di essere vero o "verista" si spezza, si divide, si divide in una folla di piccoli frammenti, di episodi non importanti, senza collegamento, senza unione: questi sono trame di musica ... Qua e là, è vero che alcune frasi violente che cantano sorgono da questa polvere …  Questo compositore mostra in molte occasioni il cattivo gusto più spiacevole; ha idee abbondanti e facili; ma sono quasi tutti volgari o insignificanti. È stato detto che M. Puccini prese in prestito la sua ispirazione melodica da M. Massenet. In questo caso, il signor Puccini ha preso dal signor Massenet solo le sue qualità più discutibili: il contorno eccessivamente morbido della frase, la banalità carezzevole della forma, la ricerca dell'effetto vocale o l'effetto tutto breve. Non ha la passione o l'eleganza dell'autore di Werlher. Le sue melodie sono deboli e morbide; oscillano e sono melodie indulgenti per la digestione delle persone che hanno cenato bene. È sufficiente, è vero, spiegare il loro successo, ma non giustificarlo ...
E devi sentire queste inesorabili grida gridate sulle note alte e il più delle volte supportate, raddoppiate da un unisono di violini negli acuti, per sapere fino a che punto la banalità italiana può arrivare ... ".]
Come si vede, i tempi cambiano, ma le critiche si fanno sempre più o meno con gli stessi argomenti e anche con le stesse insolenze.
articolo di GIORGIO  VICOLO 

LA SANTA DI BLEEKER STREET di Gian carlo Menotti

Battaglie, questa Santa di Bleeker Street, non ne ha suscitate durante la sua apparizione scaligera: con delusione forse dell'amatore di scandali e di emozioni violente, che, fidando nell'orma! celebre precedente del Console sperava di assistere ad un doppio spettacolo: uno sul palcoscenico e l'altro in sala ad opera delle contrastanti turbe di assertori ed oppositori.
Non c'è stata battaglia, almeno in teatro dove i tre atti sono filati via tra gli applausi convinti ed entusiasti del pubblico
Ma, come era da aspettarsi, non tutta la critica fu dello stesso parere, poiché qualche articolista pensò di attaccar battaglia per conto suo, giostrando dalle colonne del suo giornale contro il compositore e facendo ricorso spesso a quei « colpi proibiti » che sono, nella carta stampata, le intemperanze di linguaggio
Purtroppo sta diventando malattia cronica di un certo giornalismo il tono di catoniana acerbità con cui si riprendono compositori rei di scrivere musiche non gradite; e i tapini sono perseguiti con locuzioni che non escono, ahimè, dai trattati di estetica ma dai dizionari compilati sull'uso delle diatribe politiche o degli inveleniti sfoghi che echeggiano nei campi sportivi. Anche questo contribuisce ad approfondire, con il disorientamento, il solco già così largo ed ampio, fra il gusto del pubblico che tira da una parte e la valutazione del critico che muove in direzione opposta. Non sono, questi, momenti belli per la musica, che par diventata il campo di Agramante e la torre di Babele ad un tempo, in cui le discordie accrescono la confusione con effetti magari pittoreschi ma penosamente scoraggianti. 
Ma torniamo alla Santa.
Nel disegno generale l'argomento dell'opera è pio ed edificante: Annina, una stigmatizzata  in voce di santità, vuol prendere il velo nonostante l'opposizione del fratello Michele; riesce tuttavia a coronare il suo sogno, e veste l'abito religioso proprio in punto di morte. Ma non si tratta di un dramma religioso, o almeno non è solo un dramma religioso. Se anche l'opera si apre e si chiude fra il canto delle litanie e dei canti liturgici ed il primo atto termina con il passaggio di una processione, sulla vicenda devota si innestano molti altri motivi, in una ramificazione complessa che le precedenti opere di Menotti non conoscevano. 
Si può dire — a proposito dell'intrecciarsi di tutti i temi del racconto che, con maggiore o minore autorevolezza, sono tutti determinanti ai fini del dramma — che se un richiamo può essere fatto alla poesia del Medio Evo il modello non è già una « Devozione » o una Sacra rappresentazione trasferita in età ed ambiente moderno, ma la forma allegorica del «Trionfo» : trionfo dell'amore nella varietà di aspetti che legan fra loro i personaggi: amor sacro e amor profano; amore coniugale ed amor di madre; amicizia; e perfino un amore fraterno che minaccia di dare nell'incestuoso. Sono legami sottili che costruiscono la vicenda con tagli polivoci che, dando un significato simbolico ai personaggi, ne ingrandiscono la modesta statura portandoli in una zona corale; non diversamente da quanto era avvenuto nel teatro russo.
Per questo la vicenda di cronaca attribuita ad un gruppo di abitanti in una «Little Italy» americana, che edificano la loro vita nel ricordo e sul metro di un atavico gusto della vita (i rapidi umori del sangue, la paesana giocondità festiva e gli impulsi della fede) conservano il tono coreografico e superstizioso di certa facile religiosità meridionale.
Nella fedeltà della rappresentazione dell'ambiente è uno dei risultati più alti raggiunti dal Menotti, al di fuori di certo effettismo descrittivo (la banda nella processione, il rumore della metropolitana) che è riscattato, nell'economia dell'opera, dai risultati propriamente scenici.
La musica segue la rapida e mutevole azione con la valida varietà di elementi tratti alla tradizione italiana: romanze, duetti, terzetti, pezzi d'insieme, intermezzi, cori, presentati attraverso un arioso che è il tono espressivo predominante e nel quale si riconoscono i tratti di quell'affinamento stilistico e di quella inquieta volontà di nuovo che anima l'autore.
Egli stesso ha curato, con minuta pazienza, secondo l'abitudine, la regia e la messinscena dell'opera, per la quale ha avuto alcuni di quei collaboratori che già nell'autunno scorso, al Broadway Theatre di New York l'avevano aiutato a conquistare per la Santa il Premio Pulitzer dei critici: il Maestro concertatore e direttore, Thomas Schippers, il bozzettista George Tooker, le protagoniste Gabriella Ruggiero e Gloria Lane. Furono calorosamente applauditi, insieme agli altri interpreti: L. Danieli, Eugenia Ratti, D. Poleri, Silvio Maionica; tutti, insieme con l'autore, furono chiamati alla ribalta una trentina di volte.

articolo di RICCARDO  ALLORTO

2020_05_03 Melodramma, un morto che cammina - 1955

RICORDIANA Anno 1 N.5 Giugno 1955

Tratto dalla RIVISTA  MENSILE   DI   VITA   MUSICALE NUOVA  SERIE  Un morto che cammina (Alceo Toni)

Un morto che cammina?

È il melodramma!
È morto per chi osserva il suo precipitante decadere cioè la carenza del suo repertorio moderno, inesistente, anzi, quale espressione artistica universalmente accettata, e pensa ad altre forme ed attività artistiche, come il poema epico in versi e in rima, anch'esse per secoli coltivate ed esaltate, ed oggi da nessuno prese a oggetto di esplicazione, né richieste e gradite.
È vivo considerando non solo le folle che si trascina dietro, ma pure e soprat­tutto gli accesi entusiasmi che suscita, non avvertibili per altre manifestazioni dello spirito artistico.
Che non vi siano oggi autori melodrammatici e opere liriche assurte alla popo­larità universale assoluta, è certo cosa che fa pensare, e può indurre all'affer­mazione disperata che s'è detta. Che tutto tramuti, decada e si evolva quaggiù è pur cosa non pensabile soltanto, ma accertata e accertabile ognora. Sin dal suo sorgere, il melodramma si è avviato al suo divenire, deciso, sicuro, senza soste. Nel suo sviluppo secolare non ci sono mai stati arresti: non si è dato mai che non legasse fortune a fortune, che non avesse una continuità, come diremmo oggi, immanente ed evolutiva insieme. Dal Catalogo di tutti i Drammi in musica recitati nei teatri di Venezia dal 1637 al 1745, compilato da Antonio Groppo, un inventario di nomi e di dati preziosissimo, si vede come il reper­torio lirico si rinnova di anno in anno: come gradualmente cangia, come evolve, come passa rinnovato e trasformato da stagione a stagione, fenomeno o rispondenza estetica di costume, o se volete dire, anche di moda. Pensate al seguito storico di tali notizie incominciando dal settecento dell'opera comica, e da uno dei suoi più celebrati cultori, che non nomino a caso, Giovanni Paisiello. Da questi si modula a Rossini, da Rossini a Donizetti a Bellini a Verdi. Da Verdi a Puccini a Mascagni a Giordano. Poi?
Qui è la rottura di una catena di ininterrotti anelli consequenziali e tradi­zionali.
Il filo del legame storico è perduto.
Si badi. La constatazione che sto per fare non involge un giudizio di demerito o di riprovazione critica. È un semplice dato di fatto.
Dopo Puccini, per dire un nome comprensivo di uno spirito e di un'età teatrale, chi ha raccolto l'eredità di essa, chi la continua con gli entusiasmi universali che a sua volta essa ereditò e rinnovò?
Mi direte della fresca vena dello Zandonai e di certe sue incisive accentuazioni drammatiche. Ricorderete la bella assimilazione wagneriana del Montemezzi. Ci troveremo ad ammirare la nobile concezione del dramma lirico del Pizzetti e a sentire le suggestioni del suo lirismo patetico, tra arcaico e popolaresco. Fatti particolari, squisitezze di contorno, studiata elevatezza di ispirazione arti­stica. Ma l'opera trionfale che ha conquistato il mondo città per città, com'è avvenuto per i grandi autori dei secoli passati, dov'è? 
Badate: mi son rifatto all'operismo italiano moderno, ma il discorso non cambia se lo si porta a dire di qualsiasi paese musicale d'ogni angolo della terra civile. Ora, si è parlato e si parla di frattura fra la sensibilità e la concezione artistica dei musicisti moderni e la cultura e le possibilità emotive del pubblico, delle folle attratte agli spettacoli lirici, ossia del popolo, non inteso in senso sociale ma etnico. 
Qui opporrei una serie di domande. 
È questa una frattura impu­tabile alla crassa ignoranza di quest'ultimo, alla sua pigrizia mentale che ama le posizioni da tempo occupate, che s'appaga del già udito e conosciuto, che non è punto da nessuna curiosità intellettuale, ma ama il rimuginare quanto-da tempo ha ingerito e non brama altr'esca? Sarebbe il nostro tempo un tempo  musicale di misoneisti [ndr Atteggiamento di avversione verso ogni novità, soprattutto nel campo politico e sociale, ma anche nella letteratura, nelle arti, nel costume, ecc.], refrattari alle sollecitazioni dello spirito moderno, in­capace di intendere il tono espressivo di una voce nuova?
Misoneista e tenacemente tradizionalista il nostro mondo, in generale, nessuno» oserebbe dire. C'è mai stata e ci può essere un'età immobile, stazionaria, dica spiritualmente e mentalmente? Non contrasterebbe con il dinamismo cosmico incessante, che tutti ci influenza e condiziona?
Del resto a restare proprio in musica, come spiegare il propagarsi mondiale della musica jazzista, i suoi successi popolari e non popolari soltanto, addi­rittura travolgenti?
Abbandoni e dilettazioni, queste, edonistiche? 
Sì ma di natura tutt'altro che abitudinarie, non ferme a modi usuali, non sonnacchiosamente attardate su luoghi comuni, e bisogna pur ripetere che il nostro tempo è invece per defini­zione e per constatazione incontrastata, un tempo dei più dinamici che la storia riscontri, aperto a tutte le curiosità, audace e pronto a seguire ogni idea, ogni iniziativa, ogni pratica di vita, sin la più spericolata, proprio fuor dell'usato, innovatrice, addirittura rivoluzionaria nel senso sconvolgitore di inveterate abitudini. Allora?
I musicisti avrebbero quindi camminato più del loro tempo? 
Sarebbero giunti a distanziare incommensurabilmente i poveri comuni mortali 
e le loro opere li chiamerebbero ad innalzarsi ai culmini massimi del pensiero:
 cose della ingegnosità cerebrale più che della fantasia artistica? 
Le loro musiche sareb­bero così progredite che non si saprebbero avvicinare e comprendere senza un'iniziazione di esse lunga e profonda?
Saremmo all'assurdo più sopra avvistato: a un impossibile accordo fra l'artista segnacolo e interprete della propria epoca e l'epoca stessa. So che mi obbietterete il facile caso dell'artista, anzi del genio incompreso. Ma nel fatto che osserviamo non si tratta affatto del singolo ingegno che precorre i tempi, che si pone all'avanguardia di un nuovo cammino artistico, dell'uomo nuovo, in­somma. 
Qual'è il genio innovatore, rivoluzionario del nostro secolo? 
Non uno, ma tre, quattro, cinque si son proposti per questo alla considerazione univer­sale, sospinti non soltanto dalla loro industriosa sollecitazione pubblicitaria, ma affiancati, inneggiati da procaccianti imitatori e da imbonitori ed esegeti critici. 
È ormai un mezzo secolo che teorie e teorizzatori di nuovi verbi musi­cali si avvicendano contrastandosi sulla scena della vita musicale, ma l'abbiamo il nuovo vessillifero di essa che sotto la nuova bandiera abbia raccolto e paci­ficato ogni tendenza avvenirista? 
C'è il musicista che fa epoca? Abbiamo un Wagner, un Verdi, un Puccini, a ricordare soltanto nomi di ieri di ben deci­siva e dominante personalità?
Osservando che nessun melodramma moderno ha conquistato il consenso dell'uman genere, che i cultori di esso si dibattono variamente sia nell'ascrivergli questa o quella funzione estetica, sia nel concepirlo in questo o in quel senso, nessuno ha riflettuto che il medesimo problema è ugualmente agitato ed insoluto nell'ambito della musica cosiddetta pura? 
Va bene, non c'è un melodramma moderno, dei nostri giorni, che appaghi entusiasticamente da un punto all'altro del globo. Ma c'è parimenti una musica di oggi ugualmente accettata in ogni angolo della terra, tipica, esclusiva della sensibilità dominante, aderente e confacente in tutto agli impulsi della nostra cantabilità in particolare e, in generale, della nostra musicalità?
Il melodramma si è sempre sostanziato di musica: è un'azione scenica che
si anima e si potenzia con fattori predominantemente musicali,
nelle forme e negli spiriti della natura di essi. 
Ogni epoca ha avuto il melodramma proprio della propria musica, secondo s'intende, se volete specificare, l'indole e i caratteri essenziali dei vari paesi ove potè fiorire. 
Non do esempi che chiunque li trova subito da sé. Ma dunque se non avvertiamo che ci sia o se addirittura non c'è una musica essenziale, esclusiva del nostro tempo, universalmente riconosciuta ed accettata, come possiamo accorgerci che ci sia, e come può esserci il melodramma tutt'affatto nostro, della nostra esclusiva musicalità e drammaticità?
Non si può quindi a rigor di logica, parlare della morte del melodramma, ma semmai della musica.
Ma qui si entra in un altro discorso ancor più lungo, e bisogna rimandarlo ad altro momento.

articolo di ALCEO TONI

2020_05_02 VINCENZO BELLINI La vita, l'uomo, l'artista edizione 1935

G.T. DE ANGELIS
VINCENZO BELLINI
La vita, l'uomo, l'artista

Un volume con una originale prefazione.
Per intenderci...
Quella ventata di positivismo e di criticismo che nel secolo scorso scombuiò le diverse ramificazioni della nostra cultura (filosofia, scienza sociale, estetica, psicologia, morale ecc.) può ben dirsi per certi capi benedetta. Caddero così sul suolo, come le foglie morte dell'autunno, certe concezioni tutte accademiche e rettoriche dello studio, certe tradizioni burocratiche che vincolavano la vita dello spirito critico impedendo il libero germoglio delle idee nuove. Tutta una sovrastruttura di stucchi barocchi e di adornamenti in cartapesta sgretolarono per quella ventata alquanto provvidenziale, dalle volte del tempio della verità e della bellezza, lasciando scorgere finalmente gli eterni affreschi della vita, come li sa produrre l'umanità genuina.

2020_05_02 RICORDIANA Novembre 1995 si parla di Vivaldi e di Bayreuth

RICORDIANA Anno 1 N.9 Novembre 1955
Antonio Vivaldi
Quando il presente non faceva rimpiangere il passato, i musicisti, coll’atto di morte, sparivano pure dalla vita musicale. Cosi fu per Claudio Monteverdi, del quale si ricordava come cosa lontana, quasi leggendaria, il solo Lamento di Arianna; eppure al suo tempo fu considerato un Dio: il divino Claudio. Era forse preferibile che la vita continuasse noncurante di chi non è più su questa terra, anziché impagliare i morti, come si fa ora. Gli imbalsamatori sono abili, scaltri, ma l'idolatria abolisce il controllo su ciò che in realtà rappresenta l'idolo, sia pure un pelo della barba del Profeta o un dente d'elefante.
Da tre quarti di secolo si innalzano, spesso con materiale molto friabile, i piedistalli sui quali i geni musicali dovrebbero toccare il cielo.
E' sorta in tal modo una autentica torre di Babele, o, per meglio dire un conglomerato di torri di Babele in cemento armato (armato di malafede) vuote all'interno per potervi insediare l'amministrazione di tutte le speculazioni musicali. La vera torre di Babele non raggiunse il cielo perché gli uomini finirono col non comprendersi più, esattamente come accade nella Babele musicale: l'incomprensione ha fatto perdere ogni più elementare senso di pudore.
Le esumazioni ebbero inizio il giorno in cui l'arte contemporanea vestì il saio del mendico, quando cioè a Beethoven era succeduto, erede universale, Johannes Brahms, autore della decima Sinfonia.
La musicologia divenne allora l'unica risorsa per i compositori falliti, i quali per non fallire una seconda volta, vestirono alla moda corrente i compositori del passato. Qualora li avessero lasciati com'erano, urtando contro il gusto corrente, avrebbero forse subito la stessa sorte dei compositori che rappresentano veramente il nostro tempo.
Le rielaborazioni, gli adattamenti e perfino le edizioni accademiche di opere antiche contribuirono a chiudere un'altra via d'uscita alla musica contemporanea la quale, più vicina all'antica che a quella dell'Ottocento, avrebbero potuto allargare un po' gli orizzonti del disorientato ascoltatore. Invece, facendo di Palestrina un maestro da chiesa di campagna, di Monteverdi (vedi le elaborazioni di Vincent d'Indy) un Wagner alla casalinga e di Vivaldi un classico del primo Ottocento, insomma l'approfittare dei morti per penetrare nella già circoscritta vita musicale dei concerti e del teatro, doveva, per forza di cose, annullare ogni possibilità di influire sulla evoluzione non della musica ma di coloro che credono di amarla.
Antonio Vivaldi più degli altri si prestava a equivoche interpretazioni, che già Giovanni Sebastiano Bach aveva dato l'esempio, soltanto che le sue elaborazioni si dice che da principio non citasse il vero autore del Concerto per quattro clavicembali (e di altre opere vivaldiane delle quali s'era invaghito) rispettavano naturalmente lo stile dell'epoca, e poi Bach era Bach. Negli ultimi vent'anni, direttori d'orchestra, musicologi, compositori si gettarono addosso al prete rosso per servircelo poi, malamente digerito.
La vita di Antonio Vivaldi è avvolta in quel mistero che a Venezia è sempre stato conseguenza del pettegolezzo. Vivaldi era prete ed era rosso, singolare contrasto! Non diceva Messa perché ammalato, tanto ammalato che alcune dame pietose quanto belle, si sacrificavano accompagnandolo nei viaggi e tenendogli costantemente compagnia. La città mormorava, tanto mormorava che non prima del 1724 (cioè all'età di circa 50 anni) si è potuto nominarlo (e della sua nomina non esistono documenti irrefutabili) « maestro » alla Pietà.
Antonio Vivaldi visse a cavallo di due secoli, ma leggendo del suo incontro con Carlo Goldoni, si ha l'impressione di vivere a Venezia al tempo di Baldassarre Galuppi e di Alessandro Longhi.
Nelle Memorie il Goldoni racconta della sua visita al Vivaldi e descrive molto vivacemente il prete rosso, le sue reazioni, la infatuazione per la sua allieva: madamigella Giraud. Egli si fa trovare assorto nella lettura del breviario che getta irriverentemente per terra quando il Goldoni lo entusiasma improvvisando i versi per un'aria adatta alle qualità canore di madamigella Giraud. Viaggiò quasi sempre per la rappresentazione dei suoi melodrammi, eppure la sua fama di violinista era ormai volata molto lontano e di molto aveva preceduto quella del compositore, ma allora i compositori viaggiavano più dei « virtuosi » perché questi dipendevano da quelli.
Nella vignetta del non più enigmatico frontespizio del “Teatro alla moda” di Benedetto Marcello, Antonio Vivaldi è raffigurato come angelo che suona il violino e sta ritto sul timone per guidare la barca del famoso impresario Orsatto, anzi con le ali la sospinge, la « fa andare avanti ». Ciò nonostante la sua attività di compositore melodrammatico è secondaria, « pratica » : essa gli dava da vivere.
La nota con la quale, in una partitura autografa, dichiara di aver scritto in « cinque giorni » un certo melodramma, è un'altra prova dell'esistenza di due Vivaldi, uno alla moda che forniva le opere necessarie per alimentare i teatri che allora si nutrivano esclusivamente di novità [ndr il cosiddetto repertorio nasce molto tardi alla fine dell’800] , l'altro bizzarro, originale e di una fecondità non compromessa dai bisogni della vita quotidiana.
Nei Concerti per orchestra (non c'era ragione per comporli con l'orologio alla mano) la sua fantasia è molto più sbrigliata che nelle opere teatrali, non sappiamo però, né ci interessa saperlo, con quanta rapidità siano stati composti: certo, sono parecchi.
I titoli: Concerto delle stagioni, La Notte, Il Riposo e molti altri ancora, non sottintendono un programma, ma corrispondono piuttosto a una visione squisitamente poetica, talvolta pittorica, non pittoresca. Se si pens'a alle opere di Arcangelo Corelli (1653-1713) e dei suoi seguaci, non si riesce a scoprire da dove discenda Antonio Vivaldi.
II prete rosso vive, come tutti gli innovatori, fuori del tempo ; il suo stile è quello della sua epoca, e lo ha imposto a quasi tutta la musica del XVIII secolo.
Non minuetti graziosi, né le solite gighe, bensì nuovi ritmi, inaspettate forme di espressione.
Ascoltando per esempio il concerto La Notte si sente che è notte profonda, impenetrabile. Non si può analizzare Vivaldi, non si deve rompere l'incanto abbandonandosi a una inopportuna e sterile retorica. Trattenere il respiro, ascoltare religiosamente si deve, e infine ringraziare le dame pietose che l'hanno aiutato, non vogliamo sapere come, a creare tanti capolavori.
Chi voglia curare l'edizione delle musiche di Antonio Vivaldi, non deve illudersi di fare grandi scoperte, né di risolvere gravi problemi, basta non cedere alla tentazione di trasformare Vivaldi in un Beethoven, alterando le armonie, i valori ritmici, ecc., ecc.
Un musicista che interpreta Vivaldi deve essergli legato spiritualmente, comprendere la sua musica e per pubblicarla non occorre il medico chirurgo, basta l'umile copista, fedele, attento e diligente.
Guai ad aggiungere legature che queste alterano il fraseggio.
L'arco due secoli fa era meno lungo di quello d'oggi, perciò il carattere lirico di molta musica vivaldiana viene appunto determinato da questo materialissimo particolare.
E' stolido anacronismo l'aggiunta delle legature per il fatto che oggi si fabbricano archi più lunghi di allora.
Il prete rosso è rosso perché brucia ed è prete perché è un mistico, ma egli è anzitutto umano e non ha bisogno di collaboratori, bensì di servitori.
Va ascoltato con gli occhi chiusi e la mente aperta.
Ma poi? Quale può essere presentemente la sua influenza?
Certo Vivaldi è un primitivo, una forza primordiale.
Non esiste di lui alcun scritto sulla sua estetica.
Claudio Monteverdi al principio del XVII secolo annunziava e difendeva la sua « seconda prattica » rispondendo al canonico Giovanni Maria Artusi il quale non era critico di professione bensì un teorico che sapeva di musica e temeva che il Monteverdi compromettesse l'esistenza del suo trattato “L'Arte del contrappunto” (1586-1589).
Il prete rosso lo immaginiamo invece con l'orecchio contro il violino per meglio ascoltarsi, per la gioia di vibrare col suo istrumento, noncurante di ciò che la musica fu prima di lui, e sarà dopo la sua scomparsa.
L'inizio dei concerti ha per lui valore tematico e così pure il ritorno dell'idea principale ; il resto è riservato al suo piacere come se nessuno l'ascoltasse, e sono arpeggi e scale che si ripetono come cibo preferito da un buongustaio metodico e intransigente.
Oggi i Concerti di Vivaldi, nella loro veste originale, riscuotono in tutto il mondo molti consensi perché con la loro vivacità e spensieratezza reagiscono alla severità dei classici, pur non rappresentando una reazione contro checchessia.
Mentre l'arte musicale nostra contemporanea è combattuta dalla speculazione degli orecchianti e dalla sapienza dei neo-pitagorici, l'arte di Vivaldi offre con la sua meravigliosa vivacità un ristoro agli assetati di musica, rinfresca lo spirito tanto che la mente riposata può concedersi il lusso di pensare e di chiedersi perché dopo Riccardo Wagner non ci sia più pace nel mondo dei suoni.
Vivaldi ci ammonisce : egli visse in pace con se stesso, tanto che i suoi compatrioti lo han lasciato morire miseramente a Vienna il 28 luglio 1741.
Il funerale costò 19 fiorini e 45 soldi e suonarono « le campane dei poveri ».
Articolo di GIAN  FRANCESCO  MALIPIERO

RICORDIANA Anno 1 N.9 Novembre 1955
Il "nuovo stile" scenico nel teatro wagneriano a Bayreuth
Da parecchi anni molte riviste musicali tedesche, specialmente quelle « d'avanguardia », e talune d'altre nazioni vanno elogiando il rinnovamento scenografico e mimico promosso nelle rappresentazioni al teatro wagneriano di Bayreuth dai nipoti di Riccardo, figlioli di Sigfrido, e soprattutto da Volfango. L'opportunità di conoscere e giudicare tale innovazione e insieme il desiderio di risentire i drammi di Wagner nella sede da lui fondata e curata, mi hanno indotto al viaggio estivo e riposante.
La lettura di opuscoli informativi, dei giornali locali, e le più insistenti voci del pubblico, subito avvertivano che in realtà non l'integrità dell'arte da Riccardo stessa fissata nei vari elementi drammaturgici traeva tanta gente nella provinciale cittadina onorata da un tal tempio, ma il « superamento », la « modernizzazione », la « personale interpretazione » scenica.
Appunto la « novità » incuriosiva i nuovi pellegrini, li elettrizzava e disponeva a letizia e soddisfazione.
Indiscussa ammissione del fatto nuovo. Tale inclinazione non è propria della maggior parte del pubblico che si reca a Bayreuth, ma diffusa, si sa, ovunque, ed incoraggiata e goduta. D'altro canto non mancano là e altrove resistenze, opposizioni, sdegni.
Per veder chiaro bisogna formulare un preciso e generale quesito:
quale convinzione storica ed estetica guida al radicale mutamento dell'apparato d'un melodramma, sia antico, sia moderno, che nei tre elementi, il verbale, il musicale e lo scenico, è di fatto una unità, e ha la sua data storica, come momento dell'artista e del gusto sociale?
Questa proposta di ragionamento non ha di solito, e non potrebbe avere, una ragionata risposta. Per lo più si dice: — Oggi così usa, così si fa, si vuoi fare così. — E sono affermazioni del gusto mutevole. Da parte la moda, occorre toccare il problema perenne, e sostenere i concetti di unità, di intangibilità dell'opera d'arte, di fedeltà interpretativa, opposti ai preconcetti rotanti attorno al « moderno sentire e volere », i quali suggeriscono considerazioni soltanto pratiche e, spesso, commerciali.
Non si ha qui spazio per trattare il vasto problema (che ho svolto, mi permetto di ricordare, nel saggio incluso nel volume “Tempi e aspetti della scenografia”, Torino, lite, 1955), ma solo per scegliere fra le molte osservazioni le impressioni durante l'udizione dell'Anello del Nibelungo, (riferite nella Stampa del 9, 11 e 17 agosto 1955), quelle che meglio mostrano la consistenza del così detto « nuovo stile » o « svecchiamento » clell'inscenatura minuziosamente prescritta e approvata da Riccardo, e i risultati.
Affermando il principio dell'intangibilità, non si pretende, è ovvio, la rinuncia o quegli odierni meccanismi atti a vincere le difficoltà ed evitare le manchevolezze, talvolta enormi, che gli inscenatori di ottant'anni fa non poterono dominare.
Si esige che la complessa concezione dell'artista creatore non sia abolita, né falsata.
Qui, a Bayreuth, dove l'esecuzione vocale e strumentale era ottima, e fedele l'interpretazione, la rappresentazione parve impropria, conturbante, nemica.
Per lo più soppresse le azioni dei personaggi, cangiati gli atteggiamenti e le figure, sostituite alle pittoriche immaginazioni di Wagner quelle di tempi posteriori, dei quali egli sarebbe stato il profeta, l'unità drammaturgica risultò infranta.
Fra le felici soluzioni di ardue inscenature è da citare nella Vigilia la rappresentazione del Reno. Striature verdi e gialle luminosamente proiettate su cortine di veli danno l'immagine della corrente. Le Ondine vagano in varia altezza, mai emergendo, scendono, salgono invisibili gradini, corrono, giuocano, inseguono Alberico. Ed ecco perfezionato uno spettacolo difficilmente realizzabile. Una piacevole vista, ma del tutto contrastante col sentimento del dramma, è invece quella del funebre corteo di Sigfrido. Una lunga teoria binaria di uomini va lentissima verso il lontano fondo del palco, tutta avvolta, soffocata, in un cinereo grigiore; è come un pastello tenue, morbido, delicato. E perciò fa a pugni con la dinamica energia dell'espressione della musica, con l'epico, solenne, eroico, fragoroso epicedio. Sgradevole turbamento dell'attenzione.
Questa regia è talvolta minuziosa, realistica, nell'esporre gli oggetti necessari, per esempio quelli della fucina di Mime, talaltra priva di indicazioni, come nel primo atto della Valchiria; quasi al buio, non c'è tavolo, sgabello, panca; un piccolo braciere fa le veci del camino: non si sa donde i personaggi escano; Hunding non è armato; soppressa la porta «della primavera». E il frassino? Striature. L'elsa? Una lampadina elettrica d'un quarto di candela. Così tutta l'azione è annullata. Brunnhilde appare poi, non balzante di roccia in roccia, ma ritta di fronte a Wotan. Monotonia delle positure. Al terzo atto, non « culmine di montagna rocciosa », non « foreste di pini », non armi alle Walkirie, e niente fiamme attorno a Brunnhilde assopita. Soltanto veli scarlatti.
Tanto la musica guizza, tanto la scenografia s'appiattisce.
A diecine s'annoterebbero altre trasgressioni.
La rappresentazione oscilla fra l'osservanza e la trascuratezza delle disposizioni di Wagner, fra il verismo e l'allusivo; meglio, fra il visibile e l'incomprensibile. Equivoca, s'illude di trascendere con l'astrazione quelle necessarie finzioni, la cui materialità Wagner già elesse segni della fantasia e della poesia sue.
Il « nuovo stile » domina i costumi, i trucchi, la mimica.
Ciarpame vien considerato l'armamento e il vestiario prescritto.
Via, i cimieri, gli scudi, le corazze. Le cinque Walkirie non han neppure la lancia. Quando Siegfried ridesta Brunnhilde non ha da « tagliare dalle due parti dell'intera armatura i fermagli ad anello della corazza e togliere gli schinieri». Il palpitante momento della femminile rivelazione è ridotto alla lesta scucitura d'una tunica. Wotan non porta mai il cappello, né nasconde l'occhio. Siegfried, anziché tener Nothung infilzata nella cintura e sempre a portata della mano, l'abbandona ora qua, ora là, quasi distrattamente. Hunding è del tutto inerme. L'esclusione dei bellici strumenti non solo sguarnisce gli eroi, ma anche priva la partitura d'un singolare contributo rumoroso. Infatti i Guerrieri di Gunther non hanno scudi, e perciò non « cozzano le armi con fragore » e ritmicamente.
E non si sa perché si faccia così.
Articolo di ANDREA DELLA  CORTE



Contatore visite e album degli ospiti (se volete lasciare un commento, grazie)