2016_01_29 Teatro Fraschini, i cieli bigi di Parigi si colorano nella Bohème pensata da Leo Muscato

Venerdì 29 gennaio 2016_01_29 alle 20.30 e in replica domenica 31 gennaio 2016_01_31 alle ore 15.30

TEATRO FRASCHINI
STAGIONE d’OPERA 2015-2016
BOHÈME di G. Puccini
La  Stagione d’Opera del Teatro Fraschini si conclude con la quinta opera in cartellone: Bohème di Giacomo Puccini. Direttore Carlo Goldestein. Regista Leo Muscato. 

Personaggi ed Interpreti
Mimì  - Maria Teresa Leva  
Rodolfo - Matteo Falcier  
Musetta - Francesca Sassu
Marcello - Sergio Vitale  
Colline - Alessandro Spina  
Schaunard - Paolo Ingrasciotta
Benoît/Alcindoro - Paolo Maria Orecchia  
Parpignol - Daniele Palma  
Un venditore ambulante - Mattia Rossi
Sergente dei doganieri - Eugenio Bogdanowicz
Un doganiere - Victor Andrini
Maestro concertatore e Direttore Carlo Goldestein
Regia Leo Muscato
Scene Federica Parolini
Costumi Silvia Aymonino
Luci Alessandro Verazzi
Maestro del coro Antonio Greco
Maestro del coro di voci bianche Hector Raul Dominguez
Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Coro di OperaLombardia
Coro di voci bianche dell’Istituto Monteverdi di Cremona – Progetto Mousiké

NOTE a cura di Mariateresa Dellaborra
Bohème è da più parti considerata la prima opera matura di Giacomo Puccini e il primo capolavoro musicale uscito dall’ambiente borghese di Italia fin de siècle. Dramma lirico in quattro quadri tratto dal romanzo Scènes de la bohème di Henri Murger, fu programmato nella stagione del Teatro Regio di Torino il 1° febbraio 1896 e da allora le repliche si sono succedute, sopravanzando quelle di qualunque altra opera. Se il pubblico recepì positivamente la storia e la narrazione musicale concepita dal compositore, la critica fu più tiepida e sottolineò, talora con giudizi negativi, novità e differenze di questa opera soprattutto in relazione al melodramma tradizionale italiano. In effetti episodi, personaggi e linguaggio di Bohème non hanno nulla in comune con ciò che andava in scena a quei tempi e semmai precorrono ciò che sarà il teatro degli anni successivi. 
Il dramma richiese a Puccini due anni di intenso lavoro (1893-1895) e insieme a lui furono coinvolti, nella revisione, nel rifacimento e nell’adattamento del testo, gli infaticabili e pazienti librettisti Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, che riuscirono a confezionare un testo esemplare, un modello di sensibilità tardo-romantica, eliminando, sulla base delle rigorose indicazioni di Puccini stesso, ogni elemento che potesse attenuare l’aura patetica e la concentrazione sentimentale da immaginate dal musicista. Molte scene vennero tagliate per esaltare un’emotività introversa, respingendo le tentazioni della teatralità alla moda e si delinearono con estrema precisione i caratteri, scegliendo con infallibilità i termini del loro linguaggio. 
La musica di Bohème è la rielaborazione personale e coerente di molte suggestioni artistiche provenienti dal teatro europeo, ma l’intenso lirismo melodico, l’armonia originale e raffinata, il timbro strumentale e i colori sono inconfondibilmente pucciniani. Ogni idea musicale, ogni scoperta timbrica è finalizzata a uno specifico effetto ed è mirabilmente coerente nel tutto. Su questa trama si realizza un tipo di vocalità frantumata, sensibile alle inflessioni verbali, ma nello stesso tempo patetica e pronta ad espandersi. Molti discorsi prendono avvio da un accordo, anche da una sola nota che resta isolata nell’orchestra, iniziano sommessamente e si ampliano appoggiandosi agli strumenti, si slanciano e poi si richiudono. 
La forza innovativa di Bohème non riguarda tuttavia solo il tipo di scrittura vocale e strumentale ma anche le strutture del melodramma tradizionale. Il musicista le trasforma dall’interno, frantumandole e concentrando la propria attenzione sui vari elementi del pezzo considerati in sé e per sé. I brani d’assieme risultano dunque spesso costruiti non più secondo contrapposizioni formali, ma allineando differenti piani sonori relativi a situazioni drammatiche estranee le une alle altre, come fossero – secondo una concreta immagine utilizzata da un critico contemporaneo a Puccini - l’olio dentro l’acqua. Ma è proprio da questa diversità che scaturisce la peculiarità e l’efficacia espressiva del compositore. 

TRADIMENTI DI BOHÈME Note di regia di Leo Muscato
Quando Puccini cominciò a lavorare su La vie de bohème di Murger era ormai un compositore di successo. Probabilmente in quel soggetto ravvisava un po’ se stesso all’epoca degli stenti giovanili milanesi.  Aveva mosso i suoi primissimi passi fra quei giovani poeti, musicisti e pittori che appena qualche anno prima avevano dato vita alla Scapigliatura. Quei giovani, animati da un forte sentimento di ribellione e di disprezzo nei confronti della cultura e del perbenismo borghese, avevano desunto il loro nome da una libera interpretazione del termine francese Bohème (vita da zingari), e si erano ispirati alla vita libertaria e anticonformista degli artisti parigini descritta proprio nel romanzo di Murger. 
Nel momento in cui l’opera di Puccini andava in scena per la prima volta, il sentimento nostalgico per quei tempi passati, era un sentimento diffuso. Probabilmente, fra gli stessi spettatori presenti in sala c’era chi in gioventù aveva vissuto in prima persona quel fermento culturale, artistico e politico; invece adesso sedeva imborghesita nei palchi del teatro. “O bella età d’inganni e d’utopie! Si crede, spera e tutto bello appare!”  Già! Appare.
Questa prima intuizione ci ha accompagnato in tutta la fase di elaborazione del progetto: bisognava puntare sulla memoria emotiva dei nostri spettatori. 
Un’altra rivelazione ci è arrivata da una didascalia a cui non avevamo mai dato la giusta importanza: Parigi. 1830. Puccini aveva messo una distanza temporale fra la sua epoca e quella d’ambientazione di cui valeva la pena tenere conto. 
Ma cosa accadeva nel 1830, a Parigi? Era l’anno della Seconda Rivoluzione Francese (o Rivoluzione di Luglio, come i più la conoscono). Un anno di barricate e di sanpietrini divelti da migliaia di giovani scesi in strada per spodestare la monarchia. In quegli scontri caddero ottocento persone, e la loro morte servì appena a ottenere un cambio di dinastia: a un re Borbone, ne succedette uno della casa d’Orléans, quel Luigi Filippo citato da Puccini.
Ma il bohémien, come Murger l’intende, è più una categoria dello spirito che un prodotto della storia. E se è soggetto sociale determinato, lo è solo in quanto la storia l’attraversa tutta: “Dai cantori omerici dell’antichità greca, ai menestrelli di Provenza, ai trovatori erranti del Rinascimento”. E così via, sino alle soglie dei nostri tempi liquidi dove truppe di bobò in ansia da prestazione sul versante des alternatives de vie intasano le strade  dell’opzione libertaria radicale. Ma, per tornare a Murger, un soggetto sociale che attraversa l’intera storia, necessariamente la trascende. 
Il bohémien, dunque, come luogo simbolico dell’oltre sistema, degli schemi, delle gabbie sociali, della vita per l’arte. Il bohémien dell’amata opzione del vuoto identitario, la tentazione del vuoto, il vuoto - anche quello dello stomaco. Tutto, purché si respiri libertà.
Nella nostra messa in scena, l’archetipo simbolico slitta nel soggetto storico che ha animato il maggio francese; ed è qui che tradiamo. Perché, nonostante l’epoca di barricate e di sampietrini divelti, non era certo intenzione di Murger fare dei suoi quattro bohémiens dei rivoluzionari protosocialisti ante litteram. Abbiamo tradito, sì, ma cercando parentele.
I nostri protagonisti vivono e agiscono una delle più grandi rivoluzioni culturali del ‘900, decisamente diversa dalla scapigliatura, ma altrettanto dirompente. E poiché nei primi due quadri li vediamo allegri, divertiti, divertenti e spensierati, non riusciamo a immaginarceli con i libri di Althusser e di Marcuse nelle tasche. Pensiamo a loro piuttosto come a quel folto numero di giovani che ha animato il Sessantotto nei suoi aspetti di rivoluzione diffusa, culturale e di costume. È così che li abbiamo immaginati. 
Mimì invece. Lei no. Non tradiamo la grisette dei fiori finti di Murger, né quella pucciniana, né questa che portiamo in scena e che lavora in una fabbrica che le insozza i polmoni sino a condurla alla morte. 
Lei è soggetto storico privilegiato, non astratta categoria dell’anima, ma categoria sociale, semmai. Classe. Quella che nella seconda metà dell’800 si trova assembrata nelle fabbriche grigie di fumi velenosi e nei sobborghi mefitici delle metropoli industriali.
Lei è il movimento reale delle cose, è il sacrificio umano che sorregge l’impalcatura di pensiero rivoluzionario che si muove lungo i binari della storia. E se in questa messa in scena, Rodolfo, Marcello, Schaunard, Colline e Musetta sono forse pretestuosamente “sessantottini”, Mimì è invece la mia scelta d’elezione. Era operaia e ultima ai tempi di Murger, di Puccini; è un’operaia che crepa in questa messa in scena; è la morte bianca che affolla i nostri tempi. 
Il movimento reale, la storia non lo scalza, proprio perché è carne, e sangue, e morte, in taluni casi. È stata Mimì a trascinarsi dietro tutti gli altri, noi compresi, per andare a posizionarsi proprio là dove la storia del ‘900 ha tentato la rivoluzione, riuscendovi solo a metà. Noi le abbiamo solo dato retta.

BIGLIETTERIA C.so Strada Nuova 136 - Pavia
Aperta dal lunedì al sabato dalle ore 11 alle 13 e dalle 17 alle 19
Aperta un’ora prima di ogni spettacolo Tel. 0382-371214
PREZZI 
Da 55 euro (platea e palchi centrali) a 14 euro (posti in piedi non numerati).
Sono riconosciute riduzioni, oltre che di legge, anche per le scuole e gli studenti universitari.
Tutti i prezzi sono pubblicati sul sito www.teatrofraschini.org ACQUISTO ON LINE 


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